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Perché dobbiamo leggere “Il treno dei bambini” di Viola Ardone in classe

in Spunti di lettura di
L’analisi di Cinzia Sorvillo, docente, su “Il treno dei bambini”: una storia di separazione e di accoglienza che racconta l’Italia del dopoguerra.

L’amore ha tante facce, non solo quella che pensate voi, – interviene Maddalena. – Per esempio, stare qua sopra, in mezzo a tante pesti scatenate non è amore? E le mamme vostre che vi hanno fatto salire sul treno per andare lontano, a Bologna, a Rimini, a Modena… non è amore pure questo?Perché? Chi ti manda via ti vuole bene. Amerì a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene. Io questa cosa non la capisco, ma non parlo più. (Il treno dei bambini, p. 56)

Il treno dei bambini è un romanzo che ti prende nella pancia, non solo perché racconta una vicenda che ha il sapore della verità storica, ma perché con le parole riesce a farti affondare in quel coacervo così polimorfico e spesso contraddittorio che è l’amore. Solo i poeti possono custodire il mistero dell’amore, diceva Novalis, ed è vero. Solo agli artisti è concesso il dono di parlare d’amore, di suggerire l’amore, di sussurrarlo e di farcelo sentire nelle ossa, anche quando non parla del ‘nostro’ amore.
E Viola Ardone in questa storia, come solo i poeti sanno fare, ci parla d’amore, di un amore che ha tante facce, dai risvolti talvolta anche brutali, ma che sono, tutte quante, mosse da un unico imperativo, quello che a Napoli traduciamo, da sempre, non con la formula del ti amo, ma con il te voglio bbene. Quando vuoi bene, desideri ‘il bene’ dell’altro, desideri che l’altro possa stare bene, avere le sue opportunità, che possa conoscere il suo desiderio; quando vuoi bene non pensi al tuo di bene, vuoi bene e basta, anche se ciò comporta una grande sofferenza, una radicale mancanza.

Siamo nella Napoli del secondo dopoguerra e Amerigo Speranza è l’io narrante di una storia straordinaria, dura, che racconta la vicenda poco conosciuta di migliaia di bambini meridionali che, nel secondo dopoguerra, grazie al Partito Comunista, vennero strappati alla miseria e affidati a famiglie del Nord e del Centro. Amerigo è povero, vive a Napoli con la madre Antonietta, è figlio unico senza un padre, forse sparito in America. La madre decide di offrirgli l’opportunità di una vita migliore, per lui desidera scuola, cibo, salute. Il bambino parte per il Nord spaventato dalle dicerie sulle cattiverie e sulla crudeltà dei comunisti; sale sul treno per recarsi in un altrove sconosciuto dove troverà, gli hanno garantito, una famiglia affettuosa e una casa accogliente. Siamo in una Napoli in cui le scarpe non ti supportano nel tuo cammino ma o ti vanno strette o non le hai proprio e Antonietta, una mamma che parla poco, perché le parole non sono arte sua, sceglie quella radicale formula del ‘voler bene’ a suo figlio, anche se ciò, in lei e in Amerigo, comporterà un taglio totale, un ontologico spezzarsi a metà.

Antonietta è una madre che, insieme ad altre madri, inserisce il suo personalissimo amore per suo figlio in un discorso più ampio, in uno spazio di solidarietà e di rete che in Italia è veramente esistito e che ha visto la partecipazione di tantissime donne e uomini che sapevano agire. Un discorso che affonda le sue radici negli ideali del Partito Comunista, quello che aveva appena subito gli orrori e la violenza truce e cieca della guerra e che pertanto sapeva che gli ideali sono tali solo se capaci di tradursi in azioni vere e concrete. Un partito, insomma, che conosceva la differenza tra solidarietà e carità, che conosceva il senso più autentico dell’ospitalità.

Antonietta non è comunista, non conosce l’ideale partitico, però si affida ad altre donne e lascia andare, non concepisce suo figlio come una proprietà, ma lo lascia alle mani dell’Altro affinché quel figlio possa ricevere la ‘cura’ della vita, possa avere la possibilità di conoscere le sue inclinazioni, possa, in altre parole, avere le ‘sue’ di scarpe, scarpe che possano accompagnarlo nel suo personalissimo e unico percorso di crescita. Antonietta sa che al di là della Natura, al di là del sesso e della stirpe, una madre è tale se sa rispondere al ‘grido’ del figlio, al suo bisogno di scarpe, e Antonietta è una madre che dona il suo amore in nome di un’ospitalità senza diritto di proprietà. È un amore coraggioso quello di Antonietta perché Amerigo è un bambino che, nonostante tutta la povertà, amava la cura particolare della propria madre, quella cura fatta di mani che sanno riscaldare dal freddo della notte.

Io penso a mia mamma Antonietta. La sera nel letto le azzeccavo i piedi freddi sulla coscia. E subito arrivava l’allucco: <Che, mi hai pigliato per il braciere tuo? Leva subito questi pezzi di baccalà!> Però poi mi acchiappava i piedi e me li scaldava con le mani, dito per dito. E mi addormentavo, con le dita dei piedi miei in mezzo alle dita delle mani sue. (Il treno dei bambini., p. 51)

Come il professor Massimo Recalcati scrive nel suo libro Le mani della madre, “le mani sono il primo volto della madre”. Le mani sono il volto capace di “alleviare l’angoscia, di sottrarre la vita all’abbandono assoluto in cui è gettata”. La madre è, attraverso le mani, l’Altro che non lascia che la vita del figlio cada nel vuoto, è il nome del primo “soccorritore”. Solo attraverso il volto della madre, il bambino può incontrare il suo volto”. (Le mani della madre, pp. 183-184)

E Amerigo amava proprio quelle mani lì e senza quelle mani sentirà dentro di sé quella tristezza nella pancia che ha il sapore dell’abbandono, anche se il suo treno lo porterà in altre mani, in altri abbracci, in altri sorrisi, come quello di Derna, di Rosa, o nell’abbraccio di un uomo come Alcide che saprà essere per lui proprio come un padre.

Viola Ardone in questo romanzo ci avvolge totalmente. Quando ascoltiamo la voce di Amerigo non possiamo non sentire tutte le contraddizioni di questa forma così radicale di amore, non possiamo non sentire tutto il ventaglio di sentimenti che si squadernano nell’animo del protagonista, non possiamo non sentire anche noi la tristezza nella pancia che come figli, in un modo o nell’altro, abbiamo sentito nelle nostre vite. Un amore pieno di malintesi, un amore che però saprà ricomporsi e che consentirà comunque ad Amerigo di trovare le ‘sue’ scarpe e di scoprire il suo talento.

La bottega profuma di legno e colla. Ci sono gli strumenti, alcuni
interi e altri spezzettati, che aspettano di essere costruiti. – Che cosadevo fare? – chiedo io. – Siediti e guarda, – risponde, e inizia a lavorare. Io ascolto, osservo e il tempo passa veloce, non come a scuola. […] Appena appoggio il corista sul pianoforte sento un brivido che dalle dita passa nel braccio e sale fino al collo, come una volta che volevo svitare la lampadina sul comodino di mia mamma e presi la scossa. […] Ma questa è una scossa bella, di felicità. […] Il violino ci sta? – chiedo io, perché Carolina, la mia amica che sta al conservatorio, suona proprio quello. Il violino è complicato, – dice lui. – Siediti qua, – mi fa sistemare su uno sgabello davanti al pianoforte, mi fa premere i tasti ed escono le sette note che conosco io. Provo di nuovo ancora e ancora una volta: comincio a mischiare le note, proprio, come i numeri, e i suoni diventano infiniti. Mi immagino un maestro di musica, come quelli che ho visto dentro al teatro quando io e Carolina ci siamo intrufolati durante le prove. (Il treno dei bambini, p. 98-99)

Viola Ardone in questo libro non giudica, non sentenzia ma ha avuto la grande maestria di entrare nei panni di un bambino e di vedere il mondo attraverso quegli occhi, occhi che osservano, si innamorano, piangono, odiano, ma anche occhi che sanno perdonare, sanno rialzarsi e rinascere. Un libro che noi insegnanti dovremmo far leggere a scuola, a partire dalla scuola media per diversi motivi:

  • Perché è una storia che ci consente di parlare di Storia e di capirla la Storia senza entrare nel nozionismo.
  • Perché ci consente di capire e di far capire ai nostri alunni quanto siano importanti gli incontri, l’educazione, la formazione (quella che Amerigo non poteva avere a Napoli ma che poi, proprio grazie a quel treno, gli è stata offerta) per scoprire i nostri talenti e la nostra vocazione più particolare
  • Perché è un libro che ci consente di conoscere una lingua costruita sulla sintassi e il lessico di Napoli, facendoci immergere totalmente in una città che, come recita una splendida canzone di Pino Daniele, è di mille culure e mille paure.
  • Perché le vite degli altri che conosciamo attraverso i grandi romanzi, anche quando sono apparentemente lontane da noi, in realtà hanno il potere di parlarci e sanno raccontarci anche un po’ di noi stessi e tale è la magia che si dischiude ne Il treno dei bambini.
  • Ultimo ma non ultimo, perché ci consente di comprendere forse un pochino in più anche i viaggi che oggi quegli altri ‘meridionali’, quelli del Sud del mondo sono costretti a fare per provare ad avere una possibilità e a capire, forse, anche il dolore di quelle madri che si separano dai loro ragazzi con la speranza che possano incontrare anche loro ‘un treno’ che non li porti verso la morte ma verso la vita.

Per approfondire l’argomento sui “treni della felicità” vale la pena cercare e portare in classe anche il recentissimo albo illustrato Tre in tutto di Davide Calì e Isabella Labate, Orecchio Acerbo. Di questo albo abbiamo parlato nell’articolo “La paura nelle storie per l’infanzia: brividi che aiutano a crescere”.

Da vedere inoltre il docufilm Pasta nera, di Alessandro Piva. Anche RaiScuola ha dei materiali video: I treni della felicità, di Michela Guberti, con Bruno Maida.

Credits immagine: illustrazione tratta da “Tre in tutto” di Davide Calì e Isabella Labate, Orecchio Acerbo


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