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“L’impronta genetica” di Robert Plomin: il maestro Ivan dice la sua

in Maschile singolare/Spunti di lettura di
Non proprio una recensione, ma di sicuro una analisi ironica quanto puntuale: Ivan Sciapeconi racconta a modo suo il saggio di R. Plomin (Raffaello Cortina Editore)

E anche il Ponte di Ognissanti è passato. Cosa c’è di meglio che una buona lettura per darsi la carica e rientrare? Qualcosa di motivante, qualcosa che dia la spinta per un nuovo inizio… In libreria trovo “L’impronta genetica” di un tale Robert Plomin. Due righe di biografia e il tipo pare importante. Leggo la quarta di copertina e l’abstract parla di scoperte scientifiche recentissime che dovrebbero portare a bei cambiamenti, a scuola. E poi Raffaello Cortina è una casa editrice seria. Lo compro. Già a pagina 80, Plomin tira giù dati e ricerche come non ci fosse un domani e i risultati convergono su questo dato: il 60% del rendimento scolastico è determinato dai geni. Non dice che la scuola è inutile, attenzione. Dice che è importante, ma a livello statistico, il successo scolastico è per il 60% in mano a qualcun altro. Faccio due conti: tra la metà di settembre e l’inizio di giugno -mi dico- incido per il 40% sul rendimento dei miei alunni. Faccio come a sette e mezzo: sto.

E sbaglio, perché quel 40% lo devo – statisticamente, si intende- ripartire tra scuola, famiglia e “ambiente non condiviso”. Ora, la famiglia lo sapevo, ma questo “ambiente non condiviso” mi esce un po’ da un fianco. Eppure, giura Plomin, è proprio “l’ambiente non condiviso” che la fa da padrone: gli incontri casuali, le esperienze non programmate, il caso. Per essere uno che cercava una lettura un po’ motivante penso di aver toppato. Chiudo il libro. Controllo se da qualche parte ho uno Sveva Casati Modigliani o Storia della Massoneria di Roberto Gervaso. Niente. Mi arrendo e torno a “L’impronta genetica”.

Le scuole con i migliori risultati, dice Plomin che è inglese e vive in un Paese in cui l’autonomia scolastica c’è ed è viva, sono semplicemente quelle che attirano gli studenti con un patrimonio genetico già selezionato. Se prendi i singoli studenti, invece, i migliori delle scuole peggiori sono sicuramente migliori della media degli studenti delle scuole migliori. Perché? Perché è il DNA a fare la differenza, mica la scuola o la famiglia. E qui Plomin mi torna a guadagnare dei punti. Sapere che c’è un Brown qualsiasi, in una scuola sgarrupata di Manchester, che da solo supera quelli della scuole del centro di Londra, a me fa simpatia. Quasi quasi ci ripenso. Quasi quasi lo consiglio, questo “L’impronta genetica” di Robert Plomin professore di Genetica del comportamento presso l’Institute of Psychiatry, Psychology and Neuroscience del King’s College di Londra. In fondo, se ammettiamo tutti che non siamo falegnami o giardinieri, se ammettiamo che il nostro mestiere non è piallare, modellare, potare, forse ci guadagniamo tutti. Potremmo scoprire che il nostro mestiere è più o meno guardare negli occhi i bambini e aiutarli a diventare il meglio di quel che sono.

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