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Attività in classe

Progetti, percorsi e lezioni da replicare in classe

Metodo Feuerstein: come rispettare i tempi di tutti

in Attività in classe di
Serena Neri introduce uno dei cardini del metodo Feuerstein: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno. E fornisce alcune strategie (Si può, sì, si può).

C’è un cardine su cui il dottor Feuerstein si è spesso battuto ed è quello di rispettare i tempi di tutti, questo viene sottolineato in ogni scheda del metodo che si intitola proprio “un momento sto pensando”. Come è difficile aspettare, attendere, saper accogliere la diversità di ognuno, avere pazienza, accettare i tempi e le modalità degli altri. Se voglio “mediare” la mia conoscenza dovrò imparare ad attendere e ad avere un orologio speciale da utilizzare all’interno della mia classe, un orologio che non segna la fine dell’ora ma il raggiungimento dell’obiettivo da parte di tutta la classe.

Le classi sono composte da tanti bambini diversi fra loro e questa diversità a volte sembra rallentarci… Ma perché? Perché non centriamo l’obiettivo che ci eravamo prefissati, perché abbiamo sbagliato i tempi per quell’obiettivo o non abbiamo valutato in modo corretto i nostri alunni, le persone che abbiamo davanti, e ci siamo valutati noi come mediatori?
La parte essenziale è proprio questa, essere un bravo mediatore significa capire come gestire gli obiettivi che ci si pone con le proprie capacità.

Come insegnante devo sapere cosa riesco a gestire meglio e cosa no, in quale attività sono rapido e in quali ho bisogno di pensare, ragionare, provare, riflettere.

Mediare la classe significa usare parole che accolgano tutti, guardare con attenzioni, sguardi e comportamenti di ogni singolo studente, dare delle pause a tutti perché i più lenti possano raggiungere l’obiettivo e i più lenti riscoprano la lentezza del “pensare al proprio pensiero”.

Frasi tipo: “ Non proseguite se siete già arrivati a questo punto, provate a scrivere come avete fatto, anche solo un paio di parole” oppure “Chi ha già raggiunto questa parte della scheda, cerchi di capire in che modo è riuscito, poi condivideremo le strategie con la classe“, aiutano a rispettare i tempi di tutti.

Successivamente possiamo provare a riutilizzare le strategie condivise prima di iniziare un nuovo compito: “ Ora vi presento un nuovo esercizio, guardate vi ricorda qualcosa? Possiamo usare le strategie usate prima? Quali? Chi ha provato il metodo che aveva condiviso il compagno la volta scorsa?”. Insomma il tempo non è altro che una condivisione.

Dal macro al micro, dal generale al particolare

in Attività in classe di
Per allenare lo sguardo e “fare amicizia col territorio” in questo articolo Marianna Balducci ci invita a “condurre una linea a fare una passeggiata”

Paul Klee diceva che “Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata” e anche la mia matita ogni tanto ama prendersi il tempo giusto, moderare i passi e il fiato, guardarsi attorno. Mi capita di definire spesso il disegno come il mio modo preferito di misurare e conoscere il mondo e, se siamo partiti addentrandoci nelle fessure e nelle crepe dei muri, adesso è il momento di aprire lo sguardo e concederci un più ampio respiro.

Quando ho lavorato a questo progetto foto-illustrato avevo un committente specifico: una voce istituzionale (parte di un più ampio progetto europeo) di un territorio dalla forte tradizione agricola, impegnato nella riscoperta della sua storia e proiettato verso scenari futuri sostenibili e socialmente virtuosi. Per quanto i contenuti di quello che sarebbe diventato un video fossero già scritti, c’era da scegliere chi sarebbero stati i “testimonial” che li avrebbero accompagnati. Volevo che fosse la terra, la natura a parlare, la vera protagonista, quella che sente su di sé il sollievo delle piogge, che accoglie con fiducia i vitigni e gli alberi da frutto, che si pettina con l’aratro per le grandi occasioni di semina.

Ma per interpretare la sua voce, dovevamo conoscerci un po’ meglio perciò (assieme a Diego Zicchetti, responsabile delle riprese e del montaggio video di questo progetto) è partita l’esplorazione, la “passeggiata” della linea, con l’intenzione di campionare i frammenti di quel paesaggio da raccontare. Hanno iniziato a fare capolino strani fantasmi delle colline, donne dai capelli frondosi, squadre di arance succose,… personaggi nascosti tra le pieghe del paesaggio che, come spiriti protettivi, mostravano il loro amore per la terra che li aveva ospitati.

Mi piace pensare che questa passeggiata della linea si possa fare anche a scuola, accompagnati dalle insegnanti proprio come quando si progetta una gita.

Si sceglie insieme, innanzitutto, la destinazione e in questo caso, per agevolare il nostro ampio respiro, è bello pensare a un luogo che ci permetta di misurarci con paesaggi naturali (il bosco, il parco, la campagna, ma anche il mare se ci sono zone un po’ incontaminate con gli scogli per esempio). Si traccia poi l’itinerario (magari si disegna una mappa che tutti terranno come riferimento). Basteranno anche solo 3 punti di interesse su cui concentrare l’attenzione. Nei 3 esempi estrapolati dal mio progetto ci sono un campo ampio (un panorama), un campo medio che si concentra su un solo elemento (l’albero), un campo ristretto su un dettaglio (le arance). Ragionare su quali tipi di sguardo ci permette di adottare il luogo che visiteremo è già un buon esercizio (dal macro al micro, dal generale al particolare).

Macchina fotografica alla mano, si va quindi a caccia di scatti cercando di rispettare la consegna data e concentrarci proprio su quei 3 sguardi. Confrontarsi su come organizzare l’esplorazione è importante per non disperdere le energie in un ambiente che sicuramente ci darà tantissimi stimoli. Per rendere la sfida più interessante e costringere i nostri piccoli fotografi a una selezione più ragionata, si possono stabilire dei vincoli: solo 9 foto a testa (3 scatti per ogni tipologia di sguardo).

Una volta rientrati a scuola, sarà bello confrontare le foto di tutti, stamparle e iniziare a pensare a dove collocare gli spiriti del paesaggio che la fantasia sarà in grado di risvegliare

Anche in questo caso, il disegno sulle foto si può realizzare con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage. Un altro modo divertente di intervenire può essere disegnare sulla carta da lucido che renderà i fantasmi ancora più nebbiosi e misteriosi.

In un momento storico che ci implora di essere sensibili verso la natura circostante, sempre più consumata, ignorata, male interpretata, magari non possiamo imbarcarci in grandi imprese ma iniziare da cose semplici come sviluppare la consapevolezza di quel che abbiamo vicino per proteggerlo e averne cura. Non discorsi astratti ancora troppo grandi per essere davvero afferrati, ma piccole esplorazioni quotidiane alla nostra portata, che ci facciano spezzare il fiato (come si dice per le camminate in montagna) prima di raggiungere vette più ambiziose. Quanta natura abbiamo intorno a noi? Come è fatta? Chi la abita? Che storie custodisce?

Ogni spirito disegnato porterà un suo messaggio o magari un piccolo racconto nato dall’approfondimento fatto in classe o dalle testimonianze di chi la natura la conosce meglio di noi.

Quanto addentrarci, con lo sguardo e col pensiero, è una scelta che si può calibrare in base al tempo, alle risorse disponibili, agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il risultato saranno tante cartoline o magari un album collettivo che ci avrà aiutato a fare amicizia con l’ambiente che ci sta attorno, portando gli occhi e la matita a passeggio in un posto che ci sta a cuore, come si fa con i più cari amici.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Nuova maturità: in classe, immaginando un orale possibile

in Attività in classe/Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto all’Ipsia di Savona ha lavorato quasi solo con il metodo WRW e i suoi studenti affrontano la maturità. Le sue speranze, i suoi timori

Il 19 Giugno iniziano gli esami di maturità. È anche il mio esame, in fondo. Per la prima volta affronto un impegno così oneroso avendo lavorato quasi solo con il metodo del Writing Reading Workshop. Non è l’anno buono? O lo è? Tutte queste novità dell’ultimo secondo (oserei dire) sono un’opportunità per noi o una condanna? Che cosa temo? In cosa invece confido? Andiamo con ordine. Cambiare in corsa non è mai bello. Cambiare in corsa senza idee chiare è difficile. Cambiare in corsa senza ancora avere avuto al 30 maggio indicazioni certe sull’orale dei ragazzi (nemmeno l’USR ce le ha date) è una pazzia.

Detto questo io per natura sono per trovare soluzioni non per esasperare problemi che, in ogni modo, non ho creato io.

Quindi non mi sono mai disperata ma rimboccata le maniche. Questo nuovo esame a me (che cerco di lavorare su competenze non su presunti programmi) non dispiace. Anzi. Obietto solo che forse sarebbe stato il caso di prendere tempi più distesi e spiegarlo per bene a noi docenti in primis, e ai ragazzi. In secondo luogo ci sono incongruenze che vanno sanate e a cui credo dovrebbe mettere mano la singola commissione d’esame nella sua autorevolezza.

Cosa ho dunque fatto? È da settembre che in realtà io lavoro sulle immagini. In storia davvero funziona. Ci abbiamo pensato io e Grazia Amoruso di Bisceglie costruendo insieme percorsi e mini lessons per avvicinarli alla lettura e alla scrittura con un metodo che se non è WRW, poco ci manca.

Abbiamo cercato di dare ai ragazzi conoscenze fattive che diventino cultura condivisa e costruiscano pensiero

Abbiamo scritto tanto in classe: potenziando la fluency e lavorando per strategie, simulando sia io che gli studenti testi modello a cui fare riferimento. Questo lavoro ha cambiato davvero il modo di scrivere dei ragazzi. L’uso di testi mentore per me è davvero un grande punto di svolta. Analizzare, smontare, riscrivere è un modo per fare proprio e riprodurre. Le immagini rappresentano, per i nostri alunni con così tanti problemi nell’esposizione orale, un buon punto d’appoggio.

Avendo poi scoperto la questione delle tre buste mi sembrava di essere stata previdente. Ma qui tutto si è complicato: cosa ci debba stare dentro le buste nessuno credo lo abbia tanto chiaro. La norma è stata interpretata così tante volte in modi diversi che mi sono sentita persa. Non ho voluto agitare i ragazzi più del dovuto e quindi è da un po’ che cerchiamo di immaginarci un orale possibile. Io non credo che debbano “sapere tutto” come dicono i colleghi. Credo che debbano orientarsi usando competenze acquisite. In realtà questo orale dovrebbe addirittura semplificate non rendere difficoltoso il percorso.

Ma c’è un enorme problema: è un orale che dà per scontate le competenze o meglio che tutti abbiamo lavorato così. Non è vero. Vuoi per affezione a didattiche tradizionali, vuoi per tipologie di discipline, vuoi per altri miliardi di motivi così non è. Io me ne accorgo in questi giorni: nelle simulazioni i ragazzi fanno molta fatica. pensano anche in modo profondo ma poi magari non sanno del tutto i contenuti. Fanno connessioni interessanti e sanno farsi domande, ma cadono se si arriva al nozionismo.

Chi interrogherà i ragazzi quest’anno avrà un bel dubbio da discernere: COME? Il mio dirigente ci ha più volte spiegato che non si devono fare domande disciplinari (!) ma solo invitare a creare collegamenti. Lo studente si muoverà da solo per dimostrare davvero la sua maturità. Sarà fattibile? Non lo so. Io non sono preoccupata in effetti. So come ho lavorato. Ancora oggi abbiamo fatto l’ipotesi di trovarci di fronte alla foto del muro di Berlino e da lì i ragazzi hanno argomentato arrivando a Trump, i muri metaforici e fisici, i limiti, e altre idee interessanti. Basterà? Non lo so. Davvero non lo so. Credo non lo sappia nessuno.

Di una cosa sono sicura: io ho lavorato per l’esame ma a mio modo. E il mio modo implica l’insegnare ad annotare sempre nello schema a Y: impressioni, connessioni, domande. Sempre. Vedremo i risultati. So che sarà durissima. Che ci saranno sorprese anche negative. Rimpiango tanto di non aver avuto più tempo. Per il resto aspetto a vedere prima di dare un giudizio. E intanto cerchiamo di portarli tutti all’esame perché « la scuola pubblica li promuove tutti perché li prepara tutti” ovviamente ognuno a suo modo. Una riflessione che viene da lontano ma che dovrebbe guidarci ogni giorno nel nostro lavoro.

Chi ha paura del libro cattivo?

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
Billi acchiappa paura
Attività sulla paura rivolte ai bambini della scuola primaria – ma che possono essere declinate anche per la scuola dell’infanzia – seguite da specifiche letture da fare insieme

La paura è un’emozione che fa parte del nostro patrimonio genetico, una sensazione forte che tutti noi conosciamo, ed è presente e visibile fin dalla nascita.

Da un punto di vista biologico, quello che accade è una specie di incredibile e super velocissima reazione a catena: l’ipotalamo, posto alla base del cervello, produce un ormone, che a sua volta stimola l’ipofisi, la quale secerne un altro ormone che entra nel sangue, il quale a sua volta spinge i surreni a produrre altri ormoni, che a loro volta metabolizzano gli zuccheri e regolano l’equilibrio idro-salino… insomma, roba da paura davvero!

Ok, viene da dire, ma tutto questo a cosa serve? La risposta qui è un po’ più semplice (si fa per dire…), perché la paura, come tutte le altre emozioni, è come una cara vecchia amica che, se tenuta sotto controllo e se sappiamo ascoltarla, può darci dei giusti consigli per vivere meglio.

Perché allora non lavorarci in classe? Giocare con la paura non solo è divertente, ma anche stimolante per tutti i bambini! Quella che vi proponiamo, dunque, è un’attività sulla paura rivolta ai bambini della scuola primaria – ma che può essere declinata anche per la scuola dell’infanzia – seguita da specifiche letture da fare insieme.

Da dove cominciare? Ma dalla domanda più importante… sì, ma qual è? Probabilmente la maggior parte dei bambini dirà: che cos’è la paura? No, non è questa… è una domanda importante, certo, ma non molto utile, e poi rischiamo di perderci. La domanda giusta è: a cosa serve la paura?

Proviamo a partire da qui, ponendo questa domanda ai bambini, poi ascoltiamo le risposte e annotiamo le più interessanti alla lavagna. Aiutare la discussione, dicendo che la paura è un po’ come il dolore.

Spieghiamo ai bambini che il senso del dolore che tutti noi possiamo avvertire, ad esempio se qualcuno ci pesta un piede mettiamo una mano su un oggetto molto caldo, non è altro che un messaggio spedito al nostro cervello, un messaggio repentino che ci avverte di una cosa importante: togli subito quel piede (o quella mano) da lì, altrimenti potresti farti molto male!

Se ci pensiamo bene quindi, avvertire il dolore, anche se non ci piace, è una cosa positiva. Beh, la paura, se vogliamo, funziona un po’ allo stesso modo. La paura è un’emozione che, fin dalla nascita, ha lo scopo di informarci dei pericoli, è come una specie di sentinella che ci dice: ‘Fai attenzione, potrebbe capitare qualcosa di poco piacevole’, e quindi è meglio organizzare una difesa.

E la cosa straordinaria è che la paura ci suggerisce ogni volta come comportarci: di fuggire subito, di rimane immobili, addirittura di contrattaccare!

Adesso è arrivato il momento di dare un volto alle nostre paure. Sì, perché la paura può avere tante facce e un buon modo per esorcizzarle è visualizzarle. Chiediamo dunque a ognuno di raccontare la propria: possiamo parlarne tutti insieme, dando il tempo a ognuno di parlare; possiamo scriverle su un foglio, ognuno la propria, poi leggere i “messaggi” a voce alta e metterli tutti in una scatola, la scatola delle nostre paure, che terremo da qualche parte nascosta in aula; ma possiamo anche, con i bambini più piccoli, provare a disegnarle e appenderle poi su un grande
cartellone-mostro!

Possiamo concludere l’attività con delle letture. Per la scuola dell’infanzia, proponiamo: Lupo lupo, ma ci sei?, edito da Giunti editore, un classico scritto da Giusi Quarenghi e illustrato da Giulia Orecchia, per divertirsi con la paura e cercare un lupo… che non c’è!

Il mostro peloso, edito da Emme edizioni, una storia di Henriette Bichonnier che racconta in maniera umoristica la fiaba della Bella e la Bestia.

Per la scuola primaria, invece, proponiamo:
Billi Acchiappapaura, edito da Librì progetti educativi, di Maria Loretta Giraldo e Giulia Orecchia, per scoprire tutte le paure dei bambini: del buio, dei temporali, di non piacere agli altri…

E Fiabe da far paura (appena appena, non tanto), edito da Mondadori, che raccoglie una scelta delle straordinarie Fiabe italiane di Italo Calvino.

Avvicinare i piccoli ai grandi temi? Con i kit educativi!

in Attività in classe di
kit educativi
Assunta Maria Belfiore, docente di scuola primaria, racconta la sua esperienza in classe con i kit educativi gratuiti di Librì Progetti Educativi

‘’Avvicinare i piccoli ai grandi temi’’ è stata questa la frase che mi ha convinta a cominciare la mia esperienza con i kit educativi gratuiti di Librì Progetti Educativi.

La prima volta che ho cominciato ad usarli avevo una quarta elementare e per caso, navigando su internet, trovai le loro proposte: fu un grande successo, con entusiasmo e collaborazione abbiamo deciso di partecipare al nostro primo concorso, realizzando per il progetto il giardino delle arance, una borsa di feltro che raffigurava l’arancia di SICILIA.

Quello è stato solo l’inizio: con la mia seconda, ho richiesto più kit. Ai bambini piacevano i libri delle varie scatoline ed erano molto curiosi, inoltre amavano partecipare ai concorsi: per noi l’importante non è mai stato vincere, l’obiettivo piuttosto è stato quello di farli crescere, di fargli prendere consapevolezza e di aiutarli a credere nelle loro capacità.

La parte interessante è farli lavorare in cooperative learning: lavorando insieme per il raggiungimento di un obiettivo comune cominciano a capire che il noi viene prima dell’io.

Con la didattica laboratoriale, inoltre, ogni bambino si sente responsabile e parte attiva nella realizzazione del progetto.

Sicuramente un fattore importante è quello di trovare la classe che mostra interesse ed è predisposta a nuove esperienze didattiche.

La mia esperienza documenta che è proprio nelle classi più ‘’difficili’’ che i progetti hanno più successo.

Sono molti i benefici che si riscontrano da queste esperienze: nei miei bambini, ad esempio, sono aumentate l’autostima e la sicurezza ma principalmente hanno imparato a lavorare insieme.

Elio e i cacciamostri li ha aiutati a sviluppare spirito d’iniziativa e capacità progettuale: i bambini hanno progettato e realizzato un mostriciattolo in 3D. Con Il gardino delle arance l’anno dopo invece siamo andati ad assaggiare gli agrumi e abbiamo realizzato una tovaglia delle cose buone toscane: con Tondo come il mondo abbiamo coinvolto anche altre insegnanti e le loro classi.

Una caratteristica dei kit educativi di Librì è quella di poter lavorare in modalità multidisciplinare e di coinvolgimento attivo globale: non solo toccano tutte (o molte) materie ma permettono una partecipazione di tutti i bambini. Sviluppano e arricchiscono lo sviluppo e le capacità di ogni bambino, anche quelli che hanno difficoltà proprio grazie ai codici linguistici e alla presentazione dei kit attraverso il gioco, con storie accattivanti, personaggi simpatici e con l’ausilio di poster e altri materiali che conquistano tutti i bambini. In più viene incentivata la collaborazione anche tra colleghe: i kit riescono a far creare, all’interno delle attività curriculari, dei laboratori dove  tutti partecipiamo in modo attivo.

I bambini oggi hanno bisogno di essere sensibilizzati e avvicinati verso le tematiche sociali, il mio suggerimento è di selezionare un tema che possa risultare interessante per la classe, prenotare il kit e … sperimentare!

Educare gli studenti a vedere: a caccia di volti nei muri!

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volti cover mangiacavi - occhiovolante
I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri. Marianna Balducci, illustratrice, ci aiuta a riconoscerle

I disegni sono dispositivi parlanti: a volte descrivono, a volte raccontano, altre volte svelano. In tutti questi casi, non si può prescindere da un po’ di allenamento della mano, certo, ma prima ancora dello sguardo perché il disegno ci chiede innanzitutto di scegliere. Solo alcuni di quei segni che l’occhio registra saranno l’alfabeto del nostro discorso e avere chiaro in testa quel che vogliamo dire sarà ancora più importante del saper disegnare “tanto” o convenzionalmente “bene”. Mescolare fotografia e disegno mi piace da sempre proprio perché mi costringe a esercitare questa misura: il risultato finale è più riuscito quando il segno è entrato in sintonia con l’ambiente già immortalato, non si è lasciato viziare dal virtuosismo bensì si è inserito solo nello spazio necessario a scatenare in chi guarda un moto di meraviglia. Si lavora perciò più in togliere che in aggiungere, come gli investigatori si va a caccia di indizi da rivelare, ogni volta con una nuova piccola “missione”.

Quando ho lavorato al progetto “Lettimi illustrato” la mia era quella di rivelare uno spazio dimenticato: il giardino cinquecentesco di Palazzo Lettimi di Rimini, abbandonato per lungo tempo e riaperto in occasione del festival di musica e teatro “Le città visibili” che mi ha coinvolta in questa operazione di sensibilizzazione disegnata.

Mi sono avventurata tra le crepe e i rampicanti, tra i cavi aggrovigliati degli allacci di corrente e le grate foderate di muschio. Mi sono appellata alla Signora Pareidolia, quella burlona responsabile del fenomeno per cui il nostro cervello tende a individuare, in un accrocchio di forme e segni casuali, delle forme conosciute (spesso dei volti) e ho trovato quelle che sarebbero diventate le nuove voci del giardino Lettimi.

marianna balducci succhiacavi lettimi illustrato

Non tutte si sono lasciate guardare subito. La missione di esplorazione fotografica di uno spazio deve darsi certamente delle regole (e io ero a caccia di volti, di personaggi), ma la fantasia ci chiede anche un po’ di respiro, un po’ di spazi vuoti in cui insinuarsi. In questa prima fase perciò ho fotografato tanto, anche dettagli che non subito avevano chiaro il loro destino. Per chi non è abituato a usare la macchina fotografica (o il cellulare), una prima fase di osservazione può essere fatta con l’ausilio di un piccolo passepartout bianco (una cornice di cartoncino) che ci costringa a isolare delle porzioni di spazio per poterle guardare e poi eventualmente catturare con il vero obiettivo.

Tornata a casa con un consistente bottino di crepe, cortecce, pareti, buchi, è iniziata la selezione. In questo caso non ho capovolto o girato gli scatti per osservarli da un’altra prospettiva e ho lasciato che ciascuna immagine restasse col medesimo orientamento con cui l’occhio l’aveva catturata. Questo accorgimento è stato utile quando, al termine del progetto, le tavole sono state esposte nel giardino durante il festival, invitando i visitatori a ritrovare sul posto, come in una caccia al tesoro, i dettagli su cui avevo lavorato. I disegni sono stati realizzati in digitale, ma spesso mi è capitato di lavorare su supporti fotografici stampati disegnandoci sopra con rapidograph, pennarelli acrilici, matite bianche o gessetti.

Mano a mano che i volti venivano svelati, anche il temperamento di ciascun personaggio si delineava sempre più chiaramente: c’è chi gli ha dato un nome, chi ha immaginato un tono di voce,… con pochi segni, quel luogo zittito ha iniziato a diventare tutto fuorché silenzioso agli occhi dei suoi visitatori!

Quanti luoghi silenziosi ci sono nella nostra città, nello spazio che abitiamo o frequentiamo quotidianamente? Magari non tutti nascondono personaggi che lamentano necessariamente mancanze di attenzione come nel mio giardino abbandonato, ma di sicuro custodiscono storie o aspettano che qualcuno ne inventi per loro. Altri forse invece gridano perché sono feriti, perché portano i segni di una storia pesante.

I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Via le armature! Ecco come far crescere il coraggio (e la resilienza) in classe

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coraggio
Il coraggio si può insegnare? In classe è possibile lavorare con laboratori su misura per imparare ad affrontare e superare gli ostacoli della vita (e andare a caccia dei coraggiosi nelle storie)

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Inclusione scolastica e sindrome di Down: le differenze arricchiscono

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
due pirati come noi down ghigliano
Inclusione scolastica: in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (il 21 marzo) alcune riflessioni e qualche suggerimento.

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Cerchi cromatici, strumenti preziosi per imparare a vedere

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Un articolo di Emanuela Pulvirenti, insegnante di storia dell’arte e autrice di Didatticarte.it, ci introduce al coloratissimo mondo dei cerchi cromatici, da Newton alle esercitazioni da fare in classe

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La 3b meccanici ha letto “L’isola” ad alta voce ai bambini

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isola greder orecchio acerbo
“L’isola. Una storia di tutti i giorni” di Armin Greder letto da studenti di una 3B meccanici a quattro classi della primaria. Dice l’insegnante: quando hai tante perplessità loro ti stupiscono sempre. E danno il meglio Continua a Leggere

Leggere a scuola /1: insegnanti in prima linea

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Spunti, riflessioni ed esperienze di lettura in classe: dallo sconforto all’entusiasmo e alla sperimentazione. Loredana Pippione, insegnante, racconta come ha sfatato, nella sua scuola, l’opinione, fin troppo diffusa, che … “i ragazzi non leggono”. Quattro le fasi, come quattro pilastri: e se le fondamenta son solide, si sa, la costruzione regge. Il primo pilastro: l’insegnante si mette in gioco.

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Leggere a scuola / 2: ad alta voce, un atto d’amore

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Scegliere il testo più adatto, preparare la lettura, pensare a uno spazio speciale : leggere ad alta voce e farlo, poi, per la propria classe, è  un momento di condivisione straordinario. La prima vera promozione alla lettura la fanno gli insegnanti, ha spiegato Loredana Pippione. Il passaggio successivo? Trovare il luogo adatto e il coraggio di usare anche la voce.

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Leggere a scuola / 3: regole e fiducia, anche per i libri

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Secondo Loredana Pippione, insegnante, i primi a doversi mettere in gioco sono gli insegnanti, anche con la lettura ad alta voce.  Poi va data libertà di scegliere, tra regole e fiducia. La terza fase per creare una comunità di lettori è proprio questa: trovare l’equilibrio (e un’aula giusta).

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Rubriche

Fra cattedra e finestra

di Sabina Minuto

Ora di Alternativa

di Valerio Camporesi

Sentieri tra i banchi

di Fabio Leocata

Maschile singolare

di Ivan Sciapeconi

Tracce di scuola intenzionale

di Sonia Coluccelli

Virgolette

di Paola Zannoner

Luoghi Interculturali

di Mariangela Giusti

La Facile Felicità

di Renato Palma

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