Rubriche

Rubriche

Voci di insegnanti e formatori:  esperienze, storie, opinioni e visioni sulla scuola condivise da chi a scuola ci vive ogni giorno

Archeologo per un giorno: scavi stratigrafici per capire la linea del tempo

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Attività in classe di
Un laboratorio proposto da Erica Angelini, archeologa: attraverso lo scavo stratigrafico realizzato in classe, possiamo andare indietro nel tempo cercando di ricostruire la storia con gli oggetti ritrovati

Circa vent’anni fa ho scoperto l’archeo – didattica, un insieme di metodi e strategie per coinvolgere i bambini e gli adulti nell’apprendimento della Storia, e da allora non ho più smesso di sperimentare e di progettare. Mi rendo conto che questo interesse nasce principalmente dalla scoperta del mio modo di apprendere e dalla passione per la storia e la manualità. Fin da bambina mi sono subito resa conto che ascoltare la maestra e leggere sul libro, non mi bastava per riuscire a capire e poi ripetere l’argomento delle lezioni, mentre quando in classe la maestra ci faceva fare un laboratorio più pratico io ero molto brava ed ero in grado anche di insegnare agli altri tutti i passaggi che naturalmente non dimenticavo più. Ho capito quindi che il mio modo ideale d’imparare ha una ricetta. Io imparo meglio:

  • quando oltre al cervello devo usare le mani per costruire, disegnare, toccare…
  • quando quello che faccio si ricollega a cose che vivo nella mia vita quotidiana
  • quando vivo una bella esperienza con un gruppo di persone con cui mi trovo bene
  • quando sento che le mie competenze servono al resto del gruppo
  • quando ho una bella relazione con il mio insegnante che mi fa venire voglia di imparare
  • e… perché no? Quando l’ambiente in cui mi trovo è bello e ben predisposto per l’attività

Nei miei Laboratori di Archeo Didattica provo a mettere tutte queste ed anche altre cose; naturalmente senza trascurare la spiegazione della maestra o del maestro, che introducono precedentemente l’argomento in classe. I percorsi di Archeo Didattica supportano quindi l’insegnante con attività e strategie per imparare facendo, collaborando, sperimentando, giocando…. E non la sostituiscono.
Facciamo un esempio pratico.

Una delle principali difficoltà che affrontano i bambini nei primi approcci con la storia è quello di capire il concetto di “passato”, non tanto del passato recente, come “quando ero piccolo” o “quando mio babbo era piccolo” ma di quello raccontato proprio nel libro di storia!

Io propongo un laboratorio che mostra fisicamente, attraverso lo scavo stratigrafico realizzato in classe, come la storia spesso sia conservata nella “Pancia della Terra” e scavando gli strati possiamo andare in dietro nel tempo cercando di ricostruire la storia attraverso gli oggetti ritrovati. Di conseguenza riflettiamo su come la storia letta sul libro, sia frutto di un “lavoro di gruppo” fra l’archeologo, che riconosce gli oggetti recuperati durante lo scavo, e lo Storico che, attraverso le informazioni fornite dall’archeologo e da altri studiosi del Passato, ricostruisce i pezzetti della Storia dell’uomo.

Nella prima parte del laboratorio provo a stimolare i ragazzi a recuperare le informazioni che loro hanno sulla figura dell’archeologo: lo stereotipo più diffuso e divertente è quello di un avventuriero che scopre tesori vivendo straordinarie avventure, proprio come Indiana Jones o la spericolata Lara Croft. L’archeologo in realtà è più simile ad un “topo di biblioteca” e deve conoscere le fonti di informazione e i loro linguaggi, saper riconoscere gli oggetti costruiti dall’uomo e datarli, e saper realizzare uno scavo archeologico. Il protagonista di questo laboratorio è proprio lo scavo archeologico che è sempre visto dai bambini come un’attività che suscita curiosità e meraviglia: lo scavo archeologico è come un pacco regalo: si pregustano i tesori che potrebbero trovarsi sepolti, poi li cerchiamo “spacchettando” i vari strati ed infine guardiamo i nostri tesori con occhi meravigliati di chi ha fatto tanta fatica per averli.

Ed ora proviamo a costruire il nostro scavo stratigrafico in classe.
Per realizzare uno scavo stratigrafico in classe di buon livello non occorre certo essere degli artigiani! bastano poche cose di facile reperibilità:

  • • 2 ( o anche di più a seconda del numero dei bambini) vaschette di plastica trasparente non tanto alte, tipo quelle in cui si mettono le maglie per il cambio dell’armadio; è necessario che siano trasparenti perché dai bordi si riesca a vedere il susseguirsi degli strati di terra.
  • • 2 o più scheletri di dinosauro in plastica da sistemare nel fondo della vaschetta; si trovano
  • facilmente in rete o, a volte in cartoleria e possono essere di dinosauro o anche di altri animali.
  • • Alcune miniature di oggetti in ceramica tipo gli oggetti che si mettono nel presepe per arricchirlo o quelli che si usano per realizzare ambienti in miniatura; io ad esempio ho delle miniature di vasi, di cestini, di tegole ecc..
  • • Dell’erba sintetica , due rettangoli della misura delle vaschette.
  • • Tre tipi di terre diverse; io normalmente uso come strato più in basso la sabbia, poi dell’argilla espansa ed infine del terriccio universale: queste tre terre hanno colori e textures molto differenti e sono facilmente distinguibili nella stratigrafia; non è difficile reperirle nei vivai o nei negozi che vendono materiali per l’edilizia o, ancora meglio, in Natura.
  • • 4\5 cucchiai e 4\5 pennelli che simulano gli strumenti usati dall’archeologo, cioè la cazzuola per scavare e rimuovere la terra, e la scopina per ripulire con delicatezza.
  • • Un foglio che divideremo in tre, il numero degli strati, su cui i bambini prenderanno appunti e disegneranno.

Le vaschette vanno preparate a casa in modo che i bambini non vedano gli oggetti che l’insegnante mette dentro: l’effetto sorpresa è fondamentale per la buona riuscita dell’attività. Sul fondo della vaschetta posizioniamo gli scheletri; questo strato, essendo il più profondo, rappresenta anche quello più antico, più indietro nel tempo. Ricopriamo gli scheletri con la sabbia di colore ocra. Il secondo strato sarà riempito invece con l’argilla espansa in mezzo alla quale inseriamo gli oggetti in miniatura che potrebbero rappresentare il periodo romano e i resti di una Domus. Nel terzo strato mettiamo il terriccio universale ma non inseriamo oggetti. Appoggiamo sopra a questo il rettangolo di Erba sintetica che rappresenterà lo strato antropico, cioè quello calpestato dall’uomo.

Dividiamo poi la classe in gruppi di 10, 12 bambini per ciascuno. Ogni gruppo sarà a sua volta suddiviso in “équipe” da circa 3, 4 bambini, che si alterneranno nello scavo degli strati. Mentre un’équipe scava le altre prendono appunti sul colore della terra, sulla sua consistenza e disegnano, se ne trovano, gli oggetti archeologici rinvenuti nello scavo.

Anche l’aula va divisa in due preparando due postazioni con i banchi in cui lavoreranno le due squadre. Lo scavo si realizza in piedi perciò è opportuno predisporre un banco su cui appoggiare la vaschetta che sia vicino al gruppo ma un po’ distaccato dagli altri banchi per poterci girare attorno. Prima di realizzare lo scavo vanno sicuramente fatte alcune premesse, la prima è quella che l’archeologo non è un “ruspa” e di conseguenza dopo aver individuato i diversi strati, osservandoli insieme nel bordo della vaschetta, ogni gruppo ne scaverà solo uno, lasciando gli altri alle squadre successive. Altra cosa importante è che gli oggetti ritrovati non vanno immediatamente sollevati dalla terra ma ripuliti tutt’attorno e poi fotografati insieme a tutti gli altri ritrovamenti nella vaschetta; solo a questo punto si prelevano e si portano ai disegnatori. Lo scavo è un lavoro di gruppo in cui non conta solo chi materialmente scava ma è importante anche il lavoro di chi , seduto al banco, scrive le informazioni sullo strato e disegna gli oggetti rinvenuti. Dopo queste premesse si comincia lo scavo invitando i bambini del primo gruppo ad avvicinarsi alle vaschette, consegnando a ciascuno pennello e cucchiaio, e con calma a cominciare a controllare la terra. Ogni volta che si intravede uno strato diverso dal proprio ci si ferma per lasciare spazio al gruppo successivo.

Una verifica finale è sempre consigliata sia per ricordare i momenti più emozionanti ma anche per dare spazio all’attività svolta al tavolo di raccolta dati e disegno. Buono scavo a tutti!

Inchiesta su Dante: la Divina Commedia al professionale

in Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto porta Dante e la Divina Commedia nella sua terza meccanici all’Ipsia di Savona. Ecco come sta procedendo…

In terza meccanici e nella mia nuova terza di manutentori elettrici ( con più circospezione essendo poco conosciuta) ho iniziato il mio percorso su Dante. Le prime domande che mi sono posta prima di partire sono state: perché penso che i miei studenti debbano leggere Dante? Cosa voglio ottenere? Da dove partiamo? Credo che Dante sia una lettura per tutti e di tutti (come direbbe Munari). É per tutti perché a nessuno può essere negato almeno l’avvicinarsi al poema, alla sua potenza espressiva. Dante ci parla ancora oggi come nel XIV secolo parlava ai suoi concittadini, contemporanei, amici e anche nemici. É anche DI tutti Dante. Ossia un’opera che costruisce valori comuni, contiene moltissime parole della lingua italiana di oggi, é stata già dall’inizio un best seller, un’opera letta, commentata, studiata, diffusa. Dante quindi deve arrivare anche da noi, nel mio istituto professionale.

E come ci deve arrivare? Come fa dire Salinger al suo Giovane Holden: Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.. Per me la letteratura (tramite il WRW) è questo: leggere come esperienza di vita, come diceva Rodari. Se no non è. Questo non vuol dire non costruire contesto, ma scoprirlo se mai insieme agli studenti con un percorso inchiesta. In più ho deciso anche un percorso a tema: tratteremo quest’anno tutta la letteratura per indagare il valore e i significati del termine “frontiera. Dante avrà molto da dirci su questo. Ne sono sicura. Quindi siamo partiti.

L’inchiesta è iniziata con la raccolta degli indizi: tutto quello che so su Dante. Ho usato un brainstorming alla lavagna e la tabella KWL (cosa conosco, cosa vorrei sapere, cosa ho imparato) completata in divenire. Gli studenti sanno molte cose di Dante. Alcune precise, altre confuse.Ho lottato sulla datazione costruendo poi con loro una linea del tempo dove abbiamo calcolato quanti anni ci separano da lui e collocato i tre grandi del ‘300. Ho usato una minilesson inchiesta: nel tempo frontale ho impostato la traccia delle domande a cui trovare risposta. Poi nel tempo individuale ho lavorato a coppie con il cellulare per cercare risposte. Li ho lasciati abbastanza liberi di andare per tentativi. Sono stati bravi. Nella condivisione finale hanno esposto le loro evidenze.

Quindi abbiamo interrogato alcuni testimoni: ho fornito loro testimonianze di Boccaccio (testimone oculare) e di Roberto Benigni. Abbiamo anche interrogato un ritratto di Dante e osservato la sua tomba a Ravenna. Qui ci é stato utile lo schema a Y: trovare connessioni, impressioni, domande è fondamentale. Tutto è stato registrato sul quaderno taccuino. A questo punto ho introdotto una nuova e diversa forma di testimonianza: il video. Come in tutte le inchieste avevamo un filmato. Certo non dell’epoca. Fra i tanti ho scelto quelli della Divina Commedia in HD che trovo completi e facili, disponibili su YouTube. Hanno anche bellissime illustrazioni dell’epoca o posteriori . L’idea infatti é di lavorare molto sulle fonti iconografiche perché per i miei studenti vedere è imparare.

Ricostruito un contesto di domande e risposte ci siamo soffermati molto sull’esilio e sui problemi di Dante politico. Ai ragazzi interessava capire perché non fosse mai tornato a Firenze. É arrivato poi il momento di addentrarci nel testo: tutto il canto primo è stato letto da me ad alta voce. Non credevo, ma erano interessati. Si è aperto ai loro occhi e ai loro orecchi (vedere con le orecchie come dice Friot) un mondo intero: l’abisso dell’Inferno. La lettura é sempre stata mediata da me con grande negoziazione dei significati. Ci siamo soffermati sulle fiere, la selva, il colle: la spiegazione dell’allegoria è nata naturalmente. Ci sono arrivati da soli.
Ognuno poi ha deciso quale peccato rappresenta invece per lui la fiera in oggetto

Abbiamo steso un quickwrite partendo dalla presentazione di Virgilio: presentiamoci come Dante presenta il suo maestro: senza nominarlo.
Il tema del percorso sulla frontiera si sta delineando in pratica da solo: Virgilio è morto? Sì. Dove lo colloca Dante? Nell’inferno. Ma lo chiama maestro e autore, lo stima, lo considera un modello. Perché allora? Dove passa la sua linea di frontiera fra il giusto e l’ingiusto? È venuta automatica la connessione con il racconto di FabioGedaLa cosa giusta” (contenuto in “La fuga” ed. Il Castoro) letto infatti come preparazione e avvicinamento.

Adesso stiamo preparando lo speach: in un tempo di tre o cinque minuti ognuno di loro mi deve presentare quello che sa e vuole dirmi di Dante. Scopo: convincermi che sa molte cose, tutto se possibile ciò che abbiamo fatto. Appronteremo insieme una griglia di valutazione. Proprio oggi abbiamo steso una tabella fatta da loro con i punti salienti da toccare. Io ho solo chiesto di evitare inizi banali e libreschi. Mi devono interessare all’argomento non annoiare. Il resto sarà affar loro. Ho fatto per prima io il mio (modeling) e ne farò un altro diverso. Loro nel tempo di lavoro indipendente si eserciteranno a coppie

È un lavoro duro per i miei studenti a cui spesso difetta non lo studio, ma lo strumento per esprimersi. Lo troveranno piano piano. Intanto oggi, come laboratorio di scrittura, ognuno ha scelto quale secondo lui è il peccato più grave e illustrato perché. Cinque minuti di scrittura veloce ma molto intensa. La falsità impera. Nessuno sopporta il non essere sincero di qualcuno. Il tradimento anche, specie degli amici. Ecco qui. Il nostro Dante è planato in 3 B meccanici ed elettrici. Ancora parecchia strada c’è da fare. Ma abbiamo iniziato l’inchiesta e non la lasceremo a metà.

Dixit: quando un’immagine vale più di mille parole

in Giochi senza frontiere didattiche di
Dixit (ed Asmodee) alimenta il pensiero laterale ed è perfetto a partire dai 7/8 anni, anche se le sperimentazioni con bambini e bambine più piccoli del nostro ludologo hanno dato risultati inaspettati e sorprendenti

“Pensi anche tu quello che penso io?”, “Mi hai tolto le parole di bocca!”, “Stavo per dirlo io!” Che bella sensazione pensare la stessa cosa di un’altra persona, provare a indovinare quello che ha in mente, avventurarsi nel suo “pensiero laterale” per anticiparla e, con quel sottofondo di complicità, sapere di conoscerla bene e di conseguenza apprezzarla ancora di più! C’è un gioco “assoluto” che ci aiuta in questo, un gioco di una semplicità disarmante, che nasconde però una profondità inaspettata: DIXIT (casa editrice Asmodee). È un gioco che ha soltanto 10 anni di vita e nonostante questo comincia ad essere considerato un gioco dal quale non si può prescindere, un classico, un gioco “pietra miliare”, che si inserirà di diritto nella lista dei primi 10 giochi da tavolo che ci vengono in mente.
Ha vinto tutti i premi del gioco possibili in tutto il mondo, fra i quali il più prestigioso, lo Spiel Des Jahres, assegnato ogni anno in Germania, ed ha venduto quasi 5 milioni di scatole. È un gioco splendido da giocare fra amici e in famiglia, e si può usare coinvolgendo tutte le età a partire dai 7/8 anni, anche se mie personali sperimentazioni con bambini e bambine più piccoli hanno dato risultati inaspettati e sorprendenti.

Dixit (ed Asmodee)

La scatola contiene un tabellone segnapunti, pedine, segnalini per il voto e 84 carte di formato grande straordinariamente illustrate, tutte diverse, con immagini e mescolanze di soggetti dall’aspetto fortemente evocativo. Dato il successo planetario, tantissimi illustratori si sono proposti per realizzare le espansioni, cioè mazzi aggiuntivi di altre 84 carte. Ogni espansione (ne sono uscite 8) ha un suo stile pittorico diverso che rende il gioco sempre più affascinante e vario, partita dopo partita. Dixit si spiega in tre minuti, o se preferite in massimo 20 righe di articolo.

Ogni persona che gioca (fino a 6 giocatori, ma con la possibilità di arrivare a 12 con la scatola Dixit Odissey) prende 6 carte in mano senza farle vedere agli altri. Uno dei giocatori, colui che parla o il “narratore”, lo “storyteller”, ne sceglie una delle 6, senza mostrarla, e la descrive con una parola, una
frase, un modo di dire, una sentenza, un rumore, canticchiando un’aria musicale, insomma, nella maniera che preferisce. Gli altri cercano, nelle proprie 6 carte, una carta che può avvicinarsi maggiormente a quella descrizione e la consegna al narratore, che le mescola tutte, e le dispone a faccia in su di fronte ai giocatori. Ogni giocatore poi, a parte il narratore, vota, contemporaneamente agli altri, la carta che ritiene sia quella del narratore. E qui succedono alcune cose: se TUTTI i giocatori hanno votato la carta del narratore, il narratore non prenderà alcun punto a differenza degli altri. La stessa cosa succederà se NESSUNO ha votato la carta del narratore.

Dixit (ed. Asmodee)

Questo vi fa capire che il narratore non dovrà essere troppo banale nel descrivere una carta (es. un sole che scende nel mare descritto come TRAMONTO) ma nemmeno troppo lontano dal soggetto che la carta
stessa rappresenta, per non rischiare che nessuno lo voti. Il narratore dovrà esercitarsi in quello che si definisce “pensiero laterale”, nell’evocare un’idea che possa essere capita da qualcuno ma non da tutti. Gli altri dovranno non solo fare esercizio di deduzione, anche in relazione alla persona che hanno davanti, ma cercare di scegliere a loro volta, fra le proprie, una carta appropriata che possa “ingannare” gli altri: infatti ogni voto sulla vostra carta rappresenta un ulteriore punteggio.

L’aspetto più intrigante del gioco è, per il narratore, trovare la “chiave nascosta” che gli permetta di convincere solo qualcuno, ma non tutti, e, per gli altri giocatori, cercare nelle diverse immagini quell’appiglio, quello stimolo, quel retropensiero, quell’esperienza comune che ci possa far risalire al percorso mentale del narratore. Tutti bei paroloni che non “raccontano” assolutamente il piacere incredibile che dà partecipare al gioco e la voglia di riproporlo agli amici che ancora non lo conoscono. A scuola, con i ragazzi e le ragazze, laddove l’ho proposto, ha sempre riscosso un successo clamoroso e le sollecitazioni e le idee e le evocazioni che vengono dalle menti più giovani sono sempre piacevoli da confrontare con le proprie, sono un ottimo indicatore per gli insegnanti, sono un indizio creativo da non sottovalutare. Inoltre il gioco è molto gestibile perché si possono organizzare sottogruppi, usando magari un’espansione. Nella nostra Ludoteca di Classe, quindi, ovviamente, Dixit non può mancare!

Qualche anno fa ho creato anche un gruppo aperto su facebook Dixit – il pensiero laterale in cui chiunque può postare immagini chiedendo
agli altri di commentarle “alla Dixit”. E’ un gruppo un po’ silente al momento, ma rivitalizzabile! E… Per concludere, eccovi un assaggio di quello che può succedere in un qualunque turno di Dixit. “Oltre” … è la parola con la quale ho descritto una delle carte seguenti. “Quella strana fragilità” è la frase con la quale ho descritto una seconda serie di immagini. Provate a pensare quale potrebbero essere le immagini giuste (almeno per il mio turno di narratore!)

Dixit. “Oltre”
Dixit. “Quella strana fragilità”

Un pilastro del mondo giuridico: non “giusto e sbagliato” ma “lecito e illecito”

in Didattica e diritto di
Gianluca Piola, laureato in giurisprudenza, ci accompagna nel mondo del diritto. In questo primo articolo le basi per la comprensione delle leggi

Premessa programmatica: sono fortemente convinto che quando si affronta il mondo giuridico sia fondamentale estraniarsi dai concetti di giusto e sbagliato. Ci sono state epoche in cui la prassi era la schiavitù, in cui era normale perseguire gli omosessuali e certe donne erano considerate streghe. In altre epoche e culture gli sciamani o i santoni erano la legge e altri in cui si riteneva che un uomo fosse diretta discendenza di Dio e quindi non dovesse nemmeno materialmente toccare ciò che veniva toccato dagli esseri umani, Per affrontare il mondo del diritto dobbiamo quindi partire da un pilastro che regge tutto: non esiste giusto o sbagliato, esiste solo lecito o illecito. É profonda la differenza tra queste figure: rubare (al giorno d’oggi) è sbagliato, ma nell’epoca romana le risorse dell’Impero o, ancora prima, della Repubblica si trovavano in larga misura
grazie alle invasioni (“scippi” su scala nazionale per intenderci e nessun romano riteneva di fare qualcosa di sbagliato).

Certo, è sbagliato al giorno d’oggi rubare, ma… sicuri? E se io vi dicessi che non è punibile il coniuge che ruba all’altro (penalmente quantomeno) o il fratello che ruba alla sorella convivente o il nipote che ruba allo zio convivente (art. 649 del Codice Penale)? Dove finisce il sistema di valori? (Stiamo divagando, torniamo … in classe).

É ovviamente corretto dire che è illecito rubare, che è contrario al sistema di valori vigenti appropriarsi di qualcosa che non ci appartiene, anche se dobbiamo conoscere le eccezioni per non cadere nel giudizio “morale”: vi sono alcune situazioni in cui nemmeno lo Stato interviene (ovvero, nell’esempio riportato, nel contesto familiare).

Ecco, il diritto va affrontato in questo modo, lontani dalla morale, che va utilizzata sicuramente in casi limite, ma non può essere sempre l’ago della bilancia. Bisogna analizzare gli interessi in gioco e scrivere una norma che permetta di non sacrificarne nessuno o almeno uno dei due in misura minima, se possibile. Questo è il compito prima di tutto di chi le leggi le scrive, ma in secondo luogo di noi che le leggiamo e dobbiamo capirle per muoverci all’interno della nostra società.

Con il classico e semplice gioco dei perché diviene tutto più immediato: ogni volta che l’idraulico fa un lavoro chiede la fattura (art. 53 della Costituzione), perché così paga le tasse, perché così i clienti chiameranno lui perché non ha problemi con la legge, perché così gli stessi clienti non hanno problemi con la legge, perché con le tasse che ha pagato lui e il cliente pagano gli insegnanti, perché così gli insegnati insegnano ai figli dell’idraulico e del cliente (art. 34 della Costituzione).

Siamo partiti da una norma e con il gioco dei perché abbiamo affrontato una serie di leggi senza infilarci giudizi in mezzo e quindi abbiamo compreso il meccanismo per aprire una ditta che si occupa di idraulica. A parte l’evidente semplificazione, l’intento di questi articoli è affrontare il mondo giuridico (e la musica hip hop) con spirito critico senza ancorarci a nostri preconcetti di vita vissuta, fornendo agli studenti esempi ed elementi per potersi muovere nel mondo da cittadini consapevoli. E partendo da un altro principio: le leggi non sono mai perfette ma sempre perfettibili.

Vi lascio solo un ultimo spunto di riflessione per poi iniziare il lavoro vero e proprio. La Costituzione italiana è una legge fondamentale e splendida, ma pensate soltanto che non vi è mai all’interno della carta la parola “internet”, per questo vale anche per la Costituzione lo stesso concetto già espresso: non è una legge perfetta, ma perfettibile. Grazie della lettura buon viaggio nel mondo del diritto … A ritmo rap (ma questo lo scoprirete nei prossimi articoli).

Concept: dalle icone universali alla parola che hai pensato tu!

in Giochi senza frontiere didattiche di
Giovanni Lumini ci presenta Concept (ed. Asmodee): un gioco che coinvolge tutta la classe. Perché non usarlo i primi giorni di scuola?

E se il primo giorno di scuola si giocasse? Ho una ludoteca in uno sperduto magazzino con tantissimi giochi. Un giorno mi sono detto: se questi giochi non li gioca nessuno che senso hanno? Ho superato la sindrome del collezionista e anche quella dell’accumulatore seriale. Ho deciso di inviare un “pacco di giochi” da tavolo ad alcune amiche insegnanti della penisola (c’è anche un maestro, ma vince la maggioranza!), attingendo alle riserve ludiche che custodivo con grande cura, quasi con devozione. Ma la devozione faceva morire i giochi: le scatole rischiavano di non essere più aperte da nessuno. Un po’ come alcuni dei libri che giacciono, intristendosi, sulle nostre biblioteche di casa e che forse nessuno risfoglierà mai.

E quindi ho preparato 5 scatole (con 10 giochi ciascuno) che sono arrivate in Sardegna, nelle Marche, in Emilia, in Piemonte. Ho pensato che, se l’idea è quella di far entrare il gioco a scuola, è bene e bello farlo entrare dalla porta principale. Quindi niente laboratori specifici, niente progetti appositi, nessun esperto ad hoc, ma usare il “latore” principale: l’insegnante, appunto. Le insegnanti a cui ho inviato i giochi ho avuto modo di conoscerle grazie al progetto del film Basta Compiti, e la loro sensibilità all’aspetto ludico dell’apprendere mi è apparsa conclamata.

Rita Gallo, maestra e formatrice di Torino, non appena ha ricevuto la scatola ha predisposto la classe per accogliere i giochi e, come potete leggere nel suo blog, ha attuato una metodologia affinché i giochi fossero rispettati, sentiti come propri e cominciassero ad essere i “primi mattoni” per creare una vera e propria “ludoteca di classe”, con la stessa identica dignità di una biblioteca, una ludoteca che appartenga prima di tutto ai ragazzi e alle ragazze.

Il gioco è uno straordinario strumento di apprendimento e i giochi da tavolo rappresentano una risorsa che gli insegnanti possono agilmente usare a scuola, con profitto, soddisfazione dei bambini e delle bambine e divertimento per tutti. È il primo giorno di scuola e la maestra si presenta in classe con … un gioco!

Il gioco è CONCEPT (casa editrice Asmodee): c’è un grande tabellone, attorno al quale ci può stare quasi tutta la classe e su questo tabellone ci sono tantissime “icone”, immagini universali, che rappresentano la possibilità di esprimere tutti i concetti del mondo, senza parlare, ma unicamente posizionando dei segnalini. Tocca a me far indovinare a tutti una parola… partiamo da quelle semplici. Prendo il segnalino “punto interrogativo” verde e lo posiziono sull’immagine che indica “animale”:
tutti i miei compagni e compagne sanno che si dovrà indovinare un animale, per l’appunto! Ma come spiegarglielo, come far capire loro quale animale è? Per far questo ci sono dei cubetti colorati che io comincio a mettere sulle immagini che mi possono aiutare.

Così prendo un cubetto verde e lo colloco sull’immagine dell’aeroplano (significa che è un animale che vola); poi prendo tanti altri cubetti verdi e li posiziono tutti sull’icona che significa “piccolo”. Siccome ne metto tanti, voglio dire che l’animale non è solo piccolo, ma è molto, molto piccolo. Infine per aiutare i miei amici prendo altri due cubetti verdi e li metto uno sul colore giallo e uno sul colore nero. E la classe esplode dicendo, quasi all’unisono, la soluzione! È stato facile, ma sarà altrettanto facile far indovinare: Balestra, John Lennon, Armato fino ai denti, Men in Black?
Sicuramente no, ma a quel punto potete usare quanti “sottoconcetti” volete, rappresentati dai segnalini “punto esclamativo” di altri quattro colori.

Concept, pluripremiato e vincitore del prestigioso premio As d’Or in Francia, ha anche una versione KIDS a partire dai 4 anni, tutta incentrata sugli animali e concettualmente (sic!) più semplice.

E voi che state leggendo, riuscite a risolvere il concetto, un po’ più difficile, qui sotto illustrato?

Il (finto) ritorno dell’educazione civica a scuola

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda di
Nasce con un gran pasticcio lo sbandierato ritorno di Educazione Civica tra le materie scolastiche (l’anno prossimo). Serve? A cosa serve? Le riflessioni di Valerio Camporesi

Abolita a suo tempo per ragioni mai chiarite (ma si suppongono finanziare, come sempre accade nel mondo della scuola laddove si decide sulla base delle esigenze del bilancio e non di studi specifici), successivamente riapparsa in forma talmente nebulosa tanto che che nessuno, anche in sede di esame di maturità, sapeva bene di cosa si trattasse (una vera e propria “non materia”, come era stata definita da “La tecnica della scuola”), l’Educazione Civica tornerà – forse – sui banchi di scuola a settembre 2020.

Il parere non vincolante del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per quest’anno è stato negativo e il neo Ministro Fioramonti ha deciso di dare alle scuole il tempo per organizzarsi. Anche se le scuole, totalmente lasciate nell’incertezza, si sarebbero comunque arrangiate come al solito, tra qualche mugugno e qualche punta di stupore peraltro ormai rassegnata.

Al di là delle question burocratiche, la domanda rilevante è un’altra: l’Educazione Civica, a scuola, serve? A cosa serve? Per dire un chiaro “sì” basta guardare l’attualità, soprattutto gli inquietanti strafalcioni della maggior parte degli utenti dei social media (cittadini con diritto di voto) che, nel commentare la recente crisi politica, hanno dimostrato di conoscere poco o nulla sul funzionamento delle istituzioni del paese in cui abitano. “Non è un governo eletto!” è stato il leitmotiv preferito (e spesso urlato). Peccato che viviamo in Italia e non negli Stati Uniti, dove i governi si eleggono davvero, e che l’Italia sia una Repubblica Parlamentare in cui i governi si fondano sul voto parlamentare.

Peraltro, alla politica ‘da bar’ non si può opporre la politica dei tecnocrati, dei ‘sapienti’ che soli sanno cosa sia il bene comune: in una democrazia il dibattito deve essere aperto, disponibile per tutti, a patto che si sappia però di cosa si sta parlando: di qui l’urgenza di un insegnamento che formi cittadini coscienti di ciò che pensano e di ciò che dicono, perché nessuna scelta e nessuna capacità critica può fondarsi sull’ignoranza.

Ma l’Educazione Civica era ed è necessaria anche per altri motivi: quant’è importante, ad esempio, conoscere i propri diritti (sul lavoro, nella società), in un mondo che tende sempre più a ridurre gli spazi della libertà e del diritto (si pensi alla condizione di molti lavoratori o alle recenti misure restrittive verso la libertà di manifestare)! Quei diritti, per esempio, che la nostra Costituzione garantisce, o meglio dovrebbe garantire, come quello – all’articolo 36 – che sancisce il diritto del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (sic!).

E quanto è importante – in un’epoca di disaffezione diffusa verso la politica, in cui “La politica mi fa schifo” sembra una frase elegante con la quale presentarsi a una persona – far capire invece che la politica è una dimensione rilevante della realtà e della nostra vita quotidiana e che, per usare un vecchio motto, se tu non ti interessi di politica la politica si interesserà a te. La politica non è il chiacchericcio vuoto di mestieranti ma è la gestione della polis e da questa dipendono i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri ponti. Viene quasi il sospetto che sia anche per questi motivi che l’Educazione civica sia stata fatta scomparire, perché avere cittadini che sanno e che pensano è sempre scomodo per chi gestisce il potere.

Certo, ci vorrebbero insegnanti preparati e, soprattutto, una materia con un nome e cognome, con un’ora in più e con un docente titolare: ma, come sempre, in Italia sulla scuola non si spende, e l’attuale formula vaga, approssimativa, per la sua reintroduzione conferma questa regola. Ma è una regola che, con cittadini maggiormente coscienti dei propri diritti e dei propri doveri e del loro vivere entro una polis, forse un giorno potrà cambiare; perché, come si leggeva al primo rigo del mio vecchio libro di Educazione Civica (allora c’era davvero, con tanto di libro di testo), “L’uomo non può vivere isolato”.

Credits immagine: particolare di una illustrazione di Emanuele Luzzati tratta da “La Costituzione è anche nostra”, Edizioni Sonda

Tre albi per un nuovo inizio

in Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto racconta il percorso svolto in classe per lavorare sul testo autobiografico in prosa.

I percorsi di inizio anno sono sempre importanti. Stabiliscono il clima della classe, lo creano. Io spesso mi ritrovo con tanti studenti nuovi in una classe già conosciuta. Impiego le prime settimane per ricreare il gruppo, rimodellare equilibri, capire chi ho davanti. Lo scorso anno ho messo in atto una bella esperienza. Bella No. Parola abusata. Diciamo utile e anche piacevole. Come sempre i miei percorsi nell’ambito del WRW partono dagli albi. Ne abbiamo letti tre per lavorare sul testo autobiografico in prosa. Una sfida grande per i ragazzi. Oltre l’incubo della banalità c’è pure l’incubo della forma che incombe. Ma io sono convinta che se impari strategie e tecniche scrivendo di ció che ti sta a cuore le stesse strategie potrai usarle per sempre. I pilastri non cambiano.

Quindi per ritornare al percorso ho usato: ● Vetro di Silvia Vecchini ● Il Nuotatore di Paolo Cognetti ● Nel buio di Nicola Barca e Michela Baso.

Perché li ho scelti: per la potenza evocativa delle immagini, delle storie, delle parole. Ognuno a modo suo ha saputo guidarci alla ricerca del dentro di noi che ci aiuta a scrivere. Come ho imparato ad Anghiari il praticare ascolto pensoso fa i miracoli. Ascolto pensoso di testi scritti da altri, siano autori siano compagni. Ho scritto anche io ovviamente insieme a loro e sempre ho condiviso. Che concetto potente ascolto pensoso! Non c’è nel WRW. Ma nella settimana dell’autobiografia alla LUA ho imparato tanto e non sono una che si ferma ad una metodologia sola. Amo il mondo meticciato come dice il mio amico ivoriano Ben e anche la didattica meticciata,dunque.

Ho letto gli albi come sempre, in circolo, negoziando significato ad ogni pagina. Ogni studente annotava sul quaderno a fine lettura impressioni, connessioni, domande (schema a Y). Ci siamo soffermati sulle domande chi siamo? Siamo grandi? Quando siamo diventati grandi? E sulle domande: è stata una scelta a farci crescere? Quale scelta? In quale punto della vita siamo? Stiamo cambiando? Chi ci aiuta a cambiare?

Le immagini degli albi sono molto evocative e quindi le abbiamo usate per brevi quick write e per generare attivatori anche grafici. Nel Nuotatore c’è un tuffo reale ma metaforico. Abbiamo disegnato anche il nostro tuffo reale o metaforico, ad esempio. Abbiamo raccolto per circa due settimane molto materiale su cui scrivere. Ho anche letto loro alcuni brani tratti dal testo di autori vari “ La prima volta”. Soprattutto per avere Mentor text sui tipi di incipit diversi. Nel testo della Vecchini c’è una ragazzina che scrive una cartolina a se stessa per ricordarsi come è in quel momento, non sapendo come diventerà. Abbiamo fatto così anche noi. Ho fatto io con il pc una sorta di cartolina postale e ognuno l’ha scritta e imbucata nella nostra buca delle lettere che già dallo scorso anno è in classe.

L’abbiamo poi aperta l’ultimo giorno di scuola. Chi ha voluto ha letto. Molti hanno preferito di no. Decisione che io sempre rispetto, ovviamente. Il primo giorno come da testo della Vecchini, ho consegnato loro un vetrino che ho raccolto al mare. Per me cosa facilissima, non faccio che raccogliere pietre al mare. Se lo sono messi nell’astuccio o in cartella. Qualcuno in una tasca particolare. Uno per ciascuno. L’anno prima era un bullone, più prosaico. Abbiamo osservato e scritto cosa voglia dire vedere distorto. Guardare attraverso un vetro semi opaco se stessi o il mondo che sta fuori. Tutto è finito ovviamente nel taccuino/ quaderno ( chiamarlo taccuino da noi è dura!) .

Quando abbiamo iniziato a lavorare sul percorso per la consegna del primo pezzo tutto avevano molti argomenti o appunti da usare e su cui riflettere. “La scelta” è stata molto gettonata, ma anche i ricordi legati alle cose (avevamo fatto anche un attivatore grafico: la scatola delle cose piccole). Vi regalo un incipit che in me ha lasciato il segno. Lo lasciamo anonimo. “Anche se so che se mi vedessi ora, con la sigaretta, ti arrabbieresti, e non saresti felice di me, penso che questo sia uno dei i pochi modi concessi per farmi vedere che sei qui con me, anche se non ti vedo, anche se non ti sento. Osservo attentamente la sigaretta che si consuma, il fumo che allontanandosi delicatamente da essa danza nell’aria, fino a svanire. Io mi immagino che sei tu con il dito che come una direttrice d’orchestra, accompagni il fumo e i suoi spostamenti proprio per farmi capire che riesci ancora a sentirmi. E scrivo questo anche per fare in modo che tu lo veda, perché so che a parole non potrai mai rispondermi, mentre a piccoli gesti sì e appunto ti chiedo di continuare, continua a far danzare il fumo nella stanza, che se io vedo te, tu di sicuro leggerai QUI.” Siamo, eravamo in seconda professionale. É inutile dire che io amo profondamente i miei studenti per quello che sono e che mi danno.

Bocciatura sotto esame: promossa o rimandata?

in Maschile singolare/Tavola Rotonda di
Ivan Sciapeconi, docente di scuola primaria, tra dichiarazioni di esperti e quotidiani disastri, riflette sull’utilità (o meno) della bocciatura e sul ruolo della scuola. A modo suo

Prima ha cominciato Crepet, lo psichiatra, e ha detto una cosa un po’ semplice, alla portata di tutti: a scuola bisogna tornare a bocciare. A chi tocca tocca e giù legna. Sarà per la posa un po’ charmant, sarà perché è sempre in televisione, ma Crepet è uno che si fa seguire e ho sentito un sacco di gente confortata da quello che ha scritto.

Poi è toccato a Recalcati, lo psicanalista. Se possibile, Recalcati è ancora più charmant di Crepet e come Crepet se n’è uscito con una storia tipo che la scuola deve tornare ai tempi che furono: lezioni frontali a tutte le ore. Chi c’è c’è e giù legna. Anche Recalcati ha confortato un bel po’ di gente che conosco e mi è venuto da pensare che gli psicologi hanno questo di bello: confortano.

Ora, per una pura coincidenza, durante tutto questo dibattito sulla bocciatura, ho avuto a che fare con un idraulico per una storia di carte bollate. Una roba messa lì per vedere se sai risolvere problemi. Lui, l’idraulico, è un ragazzo a posto. Lo dico subito, uno piuttosto sveglio. Ha avuto qualche brutta esperienza con la scuola, ma può capitare e a lui è capitato. Detta con le parole degli psicologi charmant è stato bocciato. La prima volta. La seconda, invece, non si è lasciato incastrare e ha cambiato scuola: ha abbassato un po’ le aspettative. Va da sé che, se cambi scuola, cambi amici e abbassi le aspettative a sedici anni, l’autostima frigge ad altissime temperature. È andata così, al mio amico idraulico.

Poi, con l’autostima fritta, ha mollato tutto ed è andato a lavorare. Senza sapere l’inglese, senza saper interpretare una legge, senza riuscire a compilare una certificazione, senza riuscire a calcolare una percentuale con sicurezza. Normale, diranno gli charmant: se non riesci a studiare vai a lavorare. Però, ironia della sorte, proprio di questo aveva bisogno il mio amico idraulico per non naufragare tra le carte bollate: calcolo di percentuali, interpretazione di testi complessi (normative), traduzione di un breve testo di inglese, ricerca di risorse online.

Io non lo so come funziona il mondo degli charmant perché un po’ mi sfugge, ma qui da noi può capitare di aver bisogno di un idraulico, un imbianchino o un parrucchiere. Quindi, se ci pensi, qui da noi è abbastanza importante che i parrucchieri sappiano qualcosa sulla chimica dei prodotti che ti mettono in testa. È abbastanza importante che la scuola faccia il suo dovere, magari per far capire agli alunni che la “qualità” è importante. Così, se uno da grande va a fare l’imbianchino, riflette sulla “qualità” della vernice da metterti in casa e tu eviti di respirare schifezze per anni. E poi, sì, è abbastanza importante che la scuola riesca a insegnare come scrivere le carte bollate, anche nel caso in cui uno si trovi a fare l’idraulico.

Ecco, un po’ questo e tanto altro ancora dovrebbe fare la scuola. E bocciare un povero Cristo non so come possa aiutarci, tutti quanti.

Se Invalsi non dialoga con la scuola che competenze valuta?

in Fra cattedra e finestra di
I test Invalsi mettono in luce il cortocircuito didattico di un mondo docente in confusione tra il “saper fare” e il “sapere”

Vanessa Roghi in un recente articolo (Il Manifesto, 20 luglio) ha messo in luce quanto la cosiddetta fotografia dei test dell’Invalsi che mette sotto analisi la scuola italiana del 2019 sia in realtà appunto una fotografia e come tale non affatto asettica, ma assumente sempre un punto di vista, un’ottica particolare. La fotografia non è mai oggettiva. Nemmeno è il caso di dirlo. La fotografia usa parametri impostati in precedenza: anche Invalsi lo fa. I dati che ne escono quindi sono i dati raccolti in quella prospettiva. Cioè dati che danno un risultato di un certo tipo: ragazzi che non leggono e non comprendono. Meglio al Nord, ma insomma male un po’ ovunque (perfino a Bolzano).

Io non sono fanatica dei test anzi non mi piacciono per nulla. Ma lo Stato che è il mio datore di lavoro mi chiede di farli e io li faccio fare. Tuttavia non preparo gli studenti. Non li addestro. Lo stesso Invalsi raccomanda di non farlo. Molti istituti hanno questa ansia di miglioramento del rendimento e molti DS anche. Io no e nemmeno il mio Istituto.C’è peró una considerazione da fare.

Invalsi dice da anni di valutare competenze. Cioè in pratica cosa sanno fare con le conoscenze acquisite i ragazzi. Non cosa sanno. Invece, per quello che io vedo nella mia piccola prospettiva, nella stragrande maggioranza dei casi, si lavora e si insegnano contenuti e conoscenze. E qui dunque occorre fare una scelta: o si leggono bene le Indicazioni per il curricolo e le Linee guida degli istituti Superiori, si aggiornano i docenti su cosa sia lavorare per competenze, o, come pare, se nessuno lo vuole fare e si crede non sia utile (così dicono i colleghi) si lasci tutto com’è e non si propinino più i test.

Nella mia seconda superiore i ragazzi li hanno affrontati prima di tutto con serenità e serietà, il che non è scontato. Si sono messi davanti ai pc (lascio perdere tutte le difficoltà organizzative) e poi hanno fatto il loro. Non hanno avuto grosse difficoltà nella comprensione: eppure quasi il 60 per cento dei miei alunni non è italiano. Sarà perché da due anni leggiamo tanto ad alta voce? Perché negoziamo significati, ci fermiamo sui vocaboli, ragioniamo di idee? Non so. Io so che lavorando così i ragazzi traggono piacere dal leggere. Più leggono più imparano strategie di comprensione. Perché diciamolo ma come si insegna la comprensione di un testo? Questa è la domanda delle domande. Non certo con gli esercizi delle antologie, di questo sono sicura. Dove la comprensione è predefinita quindi fasulla. È già data per scontata la risposta giusta! Quindi non eserciti capacità di comprensione personale, caso mai ti destreggi nell’indovinare quella presunta da altri.

La comprensione di un testo si impara comprendendo. Cioè mettendo in atto strategie precise che io cerco di insegnare o meglio di far “vedere” perché loro le applichino poi da soli. Prevedere , visualizzare , fare domande al testo, fare inferenze, ripetere, riassumere, monitorare la propria comprensione sono alcuni dei passi che facciamo insieme. Questo non puoi impararlo né leggendo brani da solo su una antologia e facendo relativi esercizi, né ascoltando la spiegazione di un docente, anche bravissimo, né ripetendo i contenuti per una interrogazione. Ma questa è la scuola italiana ancora oggi. La maggioranza dei docenti lavora così ed è convinta che sia corretto e giusto. Io non discuto, Forse lo sarà. Allora però, se ciò è vero, (e magari lo è, puó darsi) sarebbe meglio non fare più i test Invalsi. Perché questi “fotografano “ altro. Non dico di meglio o di peggio. Altro. Sarebbe meglio dirci a chiare lettere che Invalsi deve cambiare rotta, oppure iniziare da zero una applicazione realistica di un insegnamento per competenze.

Sono stata invitata a parlare a Roma al convegno Invalsi in ottobre. Ho percepito interesse per una didattica diversa e nuova. Invalsi sa bene che deve farsi una mossa. Mi hanno pure fatto più di una intervista telefonica. Non so se mai sarà resa nota. In ogni caso la loro visione a me è apparsa chiara. Stanno cercando di modulare i test (e si vede negli ultimi anni) sulle competenze vere. Il problema che Invalsi è Invalsi. Un’agenzia esterna al ministero. Sembra infatti che non si parlino. Forse dovrebbero iniziare a farlo. Ma una proposta similare comporterebbe la rifondazione di tutta una didattica convalidata da anni di “abbiamo sempre fatto così”. Il che in effetti mi sembra davvero durissimo.

Credits immagine: https://photogrist.com/dreamlike-louis-kellner/

Don Milani, oggi: tanto frainteso quanto necessario?

in Ora di Alternativa di
il maestro, Silei - Massi, Orecchio Acerbo, don milani,
Donmilanismo e celebrazioni agiografiche a parte, l’attualità del Priore di Barbiana nelle parole di Valerio Camporesi, docente, mezzo secolo dopo “Lettera a una professoressa”

Ogni volta che leggo le pagine di Lettera a una professoressa di Don Milani mi commuovo: bastano le note a piè di pagina che spiegano chi fosse Bach, la preposizione sbagliata di a prima media o l’inversione di aggettivo e nome in a pieno tempo per entrare dentro un’Italia diversa che non c’è più, un’Italia minore che chiedeva il riconoscimento del proprio diritto di esistere e d emanciparsi. Un’Italia povera ma vera, fatta di sentimenti umani che oggi sembrano sempre più rari: il passaggio dall’I care all’I like tanto agognato nella società dei socia media suona inclemente, come se in tutti questi anni fosse maturata una frattura insanabile, come se a distanza di cinquant’anni i due mondi non potessero comunicare più.

Eppure Lettera a una professoressa comunica molto anche alla scuola e all’Italia di oggi, a partire dal richiamo alla difesa degli ultimi che esistono eccomi anche oggi: non sono più i ragazzi mandati nei campi come allora ma quelli a cui la scuola ha comunque chiuso la porta per incapacità o indifferenza, quelli che ogni anno si perdono per strada nell’atroce calderone della dispersione scolastica. Certo i termini son cambiati, e non solo per la scomparsa della civiltà contadina: son cambiati i parametri delle fasce più deboli, entro le quali stanno anche i professori sottoposti oggi al dileggio e al discredito collettivo, sminuiti nella loro professionalità e additati qualunquisticamente come fannulloni anche da qualche ministro. Son cambiati, e per fortuna in meglio, tanti aspetti della scuola: gli alunni ripetenti alle elementari sono ormai un lontano ricordo, le nostre aule si sono aperte già dagli anni Settanta agli studenti con handicap, il classismo imperante nella scuola dell’epoca si è forse ridotto. Ma i messaggi del libro restano: la scuola come luogo di amore e non di competizione, di apprendimento che serva anzitutto per emanciparsi e vivere una vita degna, la necessità di dare ascolto anche agli ultimi; tutto questo fa di Lettere a una professoressa un testo quanto mai attuale, per non dire urgente.

Perché di un po’ di anima e di un po’ di amore si ha bisogno sempre nella vita, e più di tutti ne hanno bisogno i bambini e i ragazzi, e ogni insegnante può forse combattere in primo luogo come individuo questa battaglia (sì, lo è) contro la disumanizzazione della scuola, contro la volontà di introdurre anche nelle aule d’insegnamento i principi della vita come competizione ad ogni costo.

La scuola è altro e deve fare altro. La scuola basta a sé.

E di richiami ce ne sono molti anche a livello concreto: dall’importanza decisiva della competenza linguistica – senza la quale non si sarà mai alla pari dei più forti – alla centralità dell’educazione civica, che un recente provvedimento ha forse reintrodotto ma con modalità tutte da verificare. E quanto è importante l’attualità, il saper leggere un giornale, il conoscere il mondo, le questioni dell’oggi. Tutto questo dovrebbe far parte integrante di una scuola viva ora come lo era un tempo quella di Barbiana, una scuola che va difesa dai messaggi collettivi che – dai media al passaparola – diffondono una vera e propria celebrazione della scuola come luogo della noia per antonomasia.

Come sempre, anche il messaggio del Priore e dei ragazzi di Barbiana va attualizzato, fuori – sia detto chiaramente – da ogni donmilanismo e da ogni celebrazione agiografica. E va anche, in alcuni casi, sottratto ad alcuni equivoci che si sono sommati nel tempo, primo tra tutti l’atteggiamento ‘buono’ che l’insegnante donmilaniano sarebbe chiamato ad avere: un insegnante può anche essere severo, come lo era Don Milani (“Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare“), anzi a volte lo deve, pena il ridursi come una mia collega dichiaratasi seguace di Don Milani dove le mura delle cui classi, però, tremavano dalla confusione. Nella severità a volte necessaria c’è l’amore e, come dicono i ragazzi di Barbiana, “in questo secolo come vuole amare se non con la scuola?“.

Credits immagine: “Il maestro” di Fabrizio Silei e Simone Massi, Orecchio Acerbo editore

Che busta scegli? Tempo di concorsi, maturità, errori e risposte efficaci

in Maschile singolare di
Dalle 24 ore per organizzare una lezione al concorso docenti ai 60 minuti dove ti giochi la maturità. Il maestro Ivan non perde tempo: ecco le sue riflessioni

Allora, la cosa va così. Io ho un nipote che ha sette anni e che di punto in bianco mi chiede: “Ma l’infinito è pari o dispari?” Inizio a rispondere più o meno con parole di buonsenso, le parole di uno zio che si trova a costeggiare al baratro della matematica, ma sul più bello mi fermo perché ho l’impressione che la domanda sia molto più competente della risposta. Non è una bella sensazione, specie se sai l’immensa fiducia che il nipotino ripone nelle tue risposte. Ci vorrebbe un aiutino da casa, che so, una telefonata. Non squilla il telefono nel senso canonico, ma arriva un bip di Whatsapp. È una collega che mi chiede una mano per il concorso. Già, il concorso. Guardo negli occhi il nipotino che attende una risposta definitiva sull’infinito (matematico) e mi perdo dietro la siepe (poetica) del concorso docenti

Metto in stand by la matematica, d’altra parte mio nipote è molto tollerante con me, e provo a ragionare sul quesito della collega. Per chi non lo sapesse, il concorso oggidì funziona così: estrai una domanda e hai ventiquattr’ore di tempo per organizzare una lezione. Ventiquattr’ore, ai tempi di Whatsapp, è un tempo infinito, appunto. Il nipotino mi guarda da dietro gli occhiali e sembra domandarmi, severo: “E adesso che fai? Suggerisci?”. Mi vien da pensare che la collega non abbia scritto solo a me, ma abbia esteso l’SOS a tutti quelli che portano i capelli bianchi: è colpa lieve -me la gioco così – condivisa con tanti. Sì, dai, diamo una mano. Voglio bene alle mie colleghe, io. Apro il computer, sicuramente ho qualche file già pronto da passare, tutto sta a trovarlo.

Solo che c’è questa strana abitudine, questo modo di iniziare da Facebook prima d’ogni altra attività. Una scrollata, giusto per vedere quello che combinano gli amici. E così, tra la foto di un gatto e un piatto ben guarnito, mi ritrovo a leggere le considerazioni di un ragazzo che ha appena sostenuto la prova orale dell’esame di maturità. Già, la maturità. Per chi non lo sapesse, la prova orale dell’esame di maturità funziona così: tu arrivi, scegli una delle tre buste e parli per un’ora di quell’argomento lì, quello secretato dentro la busta. Un argomento che non sai, un argomento che non hai mai studiato, ma che ti deve servire per intavolare una discussione colta, brillante, possibilmente sicura.

Mondo cagnolino, non ho mica il coraggio di alzare lo sguardo. Sono sicuro che, negli occhi del nipote matematico, leggerei tutte le domande del mondo, altro che infinito. “Ma come”, questo sta pensando il piccolo, ne sono sicuro. “A voi gente grande e grossa danno un giorno intero per prepararvi e a questi pischelli appena spuntati li costringete a buttar giù un ragionamento in quattro e quattr’otto? Vi piace prendervela con i più deboli o che cosa?”.

Con le spalle al muro, prendo il coraggio a due mani e provo a cavarmela con la sincerità. È sempre la miglior cosa, la sincerità. “L’infinito”, dico, “non è pari o dispari, ma positivo e progressivo. Perché è la soluzione che ogni generazione dà agli errori della generazione precedente”. Ecco, l’ho detta, e il mio nipotino sorride, sdentato. Ha capito. Ha capito tutto. Non può essere diversamente.

Essere e fare scuola Montessori oggi: uno scorcio

in Approcci educativi/Tracce di scuola intenzionale di
Il docente deve offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo

Una classe Montessori è un cantiere. Un cantiere pieno – ma non troppo- di muratori, mattoni, cemento, attrezzato con tutto ciò che occorre perché la costruzione sia precisa, solida, sostenibile. Siete dei costruttori, bambini. Ciò che imparerete dipende da voi, io da maestra ho il compito di mettervi a disposizione un ambiente preparato perché possiate muovervi (si può davvero costruire qualcosa stando fermi immobili?) e gli strumenti e le occasioni adatti alle vostre forze e alle vostre capacità per realizzare il compito che portate dentro voi stessi, quello di imparare a imparare, così da poterlo fare sempre nel corso della vostra vita. Imparare attraverso la scelta autonoma e libera di ciò su cui sapete di aver bisogno di lavorare, attraverso l’autocorrezione che è l’unico modo perché l’errore possa davvero essere maestro (per dirla con Rodari…), attraverso quelle meravigliose astrazioni materializzate che una donna straordinaria ha pensato per voi ormai quasi 100 anni fa.

Astrazioni materializzate, così Maria Montessori chiamava i materiali di sviluppo che troviamo in ogni aula montessoriana, perché la mano è lo strumento dell’intelligenza e quei mattoni della conoscenza li afferro meglio se posso montare, smontare, associare, maneggiare i concetti matematici, geometrici, grammaticali. E la maestra (o il maestro, certo) cosa fa senza una cattedra? Il suo compito è altissimo ma difficile da interpretare correttamente, sta tutto in questo passaggio straordinario:
Questa è la nostra missione: gettare un raggio di luce e passare oltre. (…)
Stimolare la vita lasciandola però libera di svilupparsi: ecco il primo dovere dell’educatore. Per una simile e grande missione occorre una grande arte che suggerisca il momento giusto e limiti l’intervento: non disturbi o devii, senza aiutare, l’anima che sorge a vita e vivrà in virtù dei propri sforzi.

La maestra deve quindi offrire stimoli, nutrimento, sguardo senza cercare i riflettori ma soprattutto rinunciando ad interpretare la relazione educativa come centrata sul potere e sul controllo.

Pochi cenni ed è facile capire la completa assenza di rinforzi positivi e negativi, di premi e punizioni per orientare i bambini verso ciò che più o meno arbitrariamente consideriamo un comportamento adeguato, ma un’idea di disciplina visionaria perché si coniuga in modo strettissimo con quella di libertà, Non è detto che sia disciplinato un individuo allorchè si è reso artificialmente silenzioso come un muto o immobile come un paralitico. Quello è un individuo annientato, non disciplinato. Noi chiamiamo disciplinato un individuo che è padrone di se stesso e quindi può disporre di se’ ove occorra seguire una regola di vita.

Per me essere montessoriani oggi è ancora, purtroppo, portare innovazione nella scuola. Sì, purtroppo. Sarebbe infatti bello che le parole e le pratiche montessoriane fossero, come molti sostengono, superate e antiquate, sarebbe bello che la scuola avesse ovunque recepito questi principi: il bambino costruttore, la libera scelta, l’autocorrezione, l’ambiente preparato e funzionale, i materiali di sviluppo con le mani ponte tra la conoscenza e la realtà, l’autoregolazione. Invece è ancora una rivoluzione parlarne e ancora di più provare a fare scuola in questo modo, mantenendo quello sguardo sul bambino che va ben oltre e più in profondità delle sole procedure di presentazione dei materiali e di allestimento di un’aula da rivista

Ciò che però di più attuale ci lascia Maria Montessori e di cui abbiamo ancora bisogno in modo vitale come adulti che accompagnano i bambini nel loro costruirsi, è il senso ultimo del nostro lavoro educativo soprattutto oggi, quello di fare della scuola un presidio di giustizia e democrazia, di diritti e di costruzione del senso di appartenenza ad una comune famiglia umana. Gli uomini non possono più rimanere ignari di se stessi e del mondo in cui vivono: e il vero flagello che oggi li minaccia è proprio quest’ignoranza. Occorre organizzare la pace, preparandola scientificamente attraverso l’educazione.

Report da Mare di Libri, il festival che ogni docente dovrebbe conoscere

in Fiere & Festival/Fra cattedra e finestra di
La prima volta di Sabina Minuto: per formare una biblioteca di classe, per informarsi sulle ultime uscite, per incontrare autori e ascoltare gli adolescenti, Mare di Libri, a Rimini , è davvero imperdibile.

Non ero mai stata (per motivi scolastici) a Mare di libri, il festival dei ragazzi che leggono, in programma quest’anno dal 14 al 16 giugno 2019. Quest’anno non ho voluto perderlo. Vuoi per motivi personali di dolore profondo, vuoi perché sono dannatamente curiosa, vuoi perché era quasi necessario per me esserci credo di avere fatto la scelta giusta. È stata una esperienza esaltante. Cercherò di darne la mia piccola visione personale.

La parte straordinaria sono i ragazzi, tutti. La loro serietà quasi mette noi adulti in soggezione. Lavorano a turno in modo composto e professionale. Si preparano, sono puntuali, sono precisi. Ma tutto è in effetti eccezionale a Rimini in quei giorni. L’atmosfera è quella di una festa, non di una fiera per addetti ai lavori o per editori. Al centro ci sono i libri e il loro essere letti e criticati da lettori adolescenti. Non c’è una occasione migliore per avvicinarsi a nuovi testi, fare incetta di titoli, chiacchiere con autori che raramente trovi tutti radunati nello stesso luogo. Lí invece, vagando per il centro storico, li trovi disseminati in orari diversi, in contesti diversi, disposti a fare dichiarazioni e a firmare il loro libro. Se ti devi formare una biblioteca di classe o se vuoi informarti sulle ultime uscite devi essere a giugno in quel luogo.

Antonio Dikele Di Stefano al cinema Fulgor, Mare di Libri 2019

Cosa ho apprezzato di più? Sono rimasta profondamente colpita da Antonio Dikele Di Stefano. Conoscevo il suo libro “Non ho mai avuto la mia età“, Mondadori, ma l’ho comprato di nuovo per regalarlo a mio figlio, con autografo. Sí perché quando ha affermato che lui, da scrittore, “fa la sua piccola parte di rivoluzione scrivendo non solo scendendo in piazza” ( cosa che non ha fatto) mi ha reso chiaro ciò che ho sempre chiamato “fare la piccola differenza”. Ognuno al suo posto, dignitosamente, con gli strumenti che gli sono congeniali. I suoi sono pure i miei: i libri. Il suo ha pure vinto il premio finale. Ci speravo perché è potente. Non è un libro a tema. Non è un libro scritto per i giovani ma scritto da un giovane. Da quel giovane, con quella storia. Niente narrativa scontata, emerge il pensiero del protagonista (Zero) con una semplicità ma anche forza sorprendente. Lui, Antonio è sorprendente, quando dichiara di non essere scrittore, di non avere ancora imparato. Come tutti noi che sempre ci arrabattiamo per migliorare, migliorarci.

“Il razzismo viene dal potere”’ ha detto. L’ho scritto sul mio taccuino perché ci voglio riflettere con i ragazzi di quinta il prossimo anno. Non dall’ignoranza, come molti dicono, dal potere.

Poi ho scoperto una voce che non avevo mai udito e mi si è aperto un mondo, che io amo in particolare: lei è Isabella Leardini, il mondo è quello della poesia. Ho già letto due volte il suo libro appena acquistato “Una stagione d’aria” (Donzelli editore). Più lo leggo, più ci trovo me stessa. Forse succederà lo stesso ai ragazzi? Io ho fiducia nella poesia in mano agli adolescenti. So che può fare miracoli . Arriva molto di più al cuore dei ragazzi e in questo Isabella è stata maestra. “La poesia nasce dal segreto” ha detto. E chi di noi non ne ha uno? Isabella cura laboratori di poesia nelle scuole superiori. Ho già provato a prenotarla per il prossimo anno. Voglio che i miei ragazzi di terza incontrino lei e la sua fede nella parola.

Loro non sanno che la parola ha tanto potere, perfino quello di chiarire te a te stesso. O meglio lo intuiscono, ma devono saperlo di più, per farne uno strumento del loro percorso personale di crescita. Le parole, se le trovi in altri o in te, ti salvano la vita.

Poi ho di nuovo sentito parlare Gabriele Clima. Dici di nuovo perché mi onora della sua amicizia ed è venuto nella mia classe. La gentilezza che lo contraddistingue emerge perfino quando parla di un romanzo così forte come “La stanza del Lupo” (San Paolo). I miei studenti lo hanno amato. Nico era sempre qualcuno di loro, ogni volta che leggevamo. Le connessioni personali e con il mondo non si contavano. Le domande scaturivano originali sui personaggi e sulle loro scelte.

Perché un buon libro per i ragazzi a mio avviso deve lasciare domande e non fornire troppe risposte. Deve essere profondo ma gentile, scavare senza fare troppo male come da fare Gabriele.

Infine, ma non per ordine di importanza, vorrei ricordare Carlo Greppi. È uno storico prestato alla scrittura. Ha presentato con le domande dei ragazzi due suoi libri “Bruciare la frontiera” e “Non restare indietro” (Feltrinelli) che ho letto. È vero sono libri a tema, ma. Ma sono ben scritti. Del resto Grepppi è uno storico con una visione personale della storia. Ne ha parlato a Rimini. La sua visione della “storia piena di storie” di tante persone e non di date a me piace molto. Collegare avvenimenti e riflessioni importanti a vicende personali e umane inventate dall’autore può essere una chiave per discuterne in classe. Specie con alunni non lettori forti come i miei. Credo che in quinta, per l’anno prossimo, sceglierò uno di questi libri da leggere ad alta voce. Perché ciò mi permetterà di far godere di una storia, di una narrazione ma anche di introdurre avvenimenti e concetti storici importanti. Ad esempio il senso della parola “frontiera”. Cosa è per noi? Per chi esce? E per chi vuole invece entrare? Greppi ha messo insieme due storie diverse con due punti di vista diversi. Nella mia classe penso che la discussione sarebbe interessante e produttiva.

Per finire: sono davvero contenta. Sono rientrata “piena” come dai “viaggi”, non dalle vacanze, come mi piace dire quando parto e quando torno. “ Mare di libri” è un viaggio. Una esperienza.

Nuova maturità: in classe, immaginando un orale possibile

in Attività in classe/Fra cattedra e finestra di
Sabina Minuto all’Ipsia di Savona ha lavorato quasi solo con il metodo WRW e i suoi studenti affrontano la maturità. Le sue speranze, i suoi timori

Il 19 Giugno iniziano gli esami di maturità. È anche il mio esame, in fondo. Per la prima volta affronto un impegno così oneroso avendo lavorato quasi solo con il metodo del Writing Reading Workshop. Non è l’anno buono? O lo è? Tutte queste novità dell’ultimo secondo (oserei dire) sono un’opportunità per noi o una condanna? Che cosa temo? In cosa invece confido? Andiamo con ordine. Cambiare in corsa non è mai bello. Cambiare in corsa senza idee chiare è difficile. Cambiare in corsa senza ancora avere avuto al 30 maggio indicazioni certe sull’orale dei ragazzi (nemmeno l’USR ce le ha date) è una pazzia.

Detto questo io per natura sono per trovare soluzioni non per esasperare problemi che, in ogni modo, non ho creato io.

Quindi non mi sono mai disperata ma rimboccata le maniche. Questo nuovo esame a me (che cerco di lavorare su competenze non su presunti programmi) non dispiace. Anzi. Obietto solo che forse sarebbe stato il caso di prendere tempi più distesi e spiegarlo per bene a noi docenti in primis, e ai ragazzi. In secondo luogo ci sono incongruenze che vanno sanate e a cui credo dovrebbe mettere mano la singola commissione d’esame nella sua autorevolezza.

Cosa ho dunque fatto? È da settembre che in realtà io lavoro sulle immagini. In storia davvero funziona. Ci abbiamo pensato io e Grazia Amoruso di Bisceglie costruendo insieme percorsi e mini lessons per avvicinarli alla lettura e alla scrittura con un metodo che se non è WRW, poco ci manca.

Abbiamo cercato di dare ai ragazzi conoscenze fattive che diventino cultura condivisa e costruiscano pensiero

Abbiamo scritto tanto in classe: potenziando la fluency e lavorando per strategie, simulando sia io che gli studenti testi modello a cui fare riferimento. Questo lavoro ha cambiato davvero il modo di scrivere dei ragazzi. L’uso di testi mentore per me è davvero un grande punto di svolta. Analizzare, smontare, riscrivere è un modo per fare proprio e riprodurre. Le immagini rappresentano, per i nostri alunni con così tanti problemi nell’esposizione orale, un buon punto d’appoggio.

Avendo poi scoperto la questione delle tre buste mi sembrava di essere stata previdente. Ma qui tutto si è complicato: cosa ci debba stare dentro le buste nessuno credo lo abbia tanto chiaro. La norma è stata interpretata così tante volte in modi diversi che mi sono sentita persa. Non ho voluto agitare i ragazzi più del dovuto e quindi è da un po’ che cerchiamo di immaginarci un orale possibile. Io non credo che debbano “sapere tutto” come dicono i colleghi. Credo che debbano orientarsi usando competenze acquisite. In realtà questo orale dovrebbe addirittura semplificate non rendere difficoltoso il percorso.

Ma c’è un enorme problema: è un orale che dà per scontate le competenze o meglio che tutti abbiamo lavorato così. Non è vero. Vuoi per affezione a didattiche tradizionali, vuoi per tipologie di discipline, vuoi per altri miliardi di motivi così non è. Io me ne accorgo in questi giorni: nelle simulazioni i ragazzi fanno molta fatica. pensano anche in modo profondo ma poi magari non sanno del tutto i contenuti. Fanno connessioni interessanti e sanno farsi domande, ma cadono se si arriva al nozionismo.

Chi interrogherà i ragazzi quest’anno avrà un bel dubbio da discernere: COME? Il mio dirigente ci ha più volte spiegato che non si devono fare domande disciplinari (!) ma solo invitare a creare collegamenti. Lo studente si muoverà da solo per dimostrare davvero la sua maturità. Sarà fattibile? Non lo so. Io non sono preoccupata in effetti. So come ho lavorato. Ancora oggi abbiamo fatto l’ipotesi di trovarci di fronte alla foto del muro di Berlino e da lì i ragazzi hanno argomentato arrivando a Trump, i muri metaforici e fisici, i limiti, e altre idee interessanti. Basterà? Non lo so. Davvero non lo so. Credo non lo sappia nessuno.

Di una cosa sono sicura: io ho lavorato per l’esame ma a mio modo. E il mio modo implica l’insegnare ad annotare sempre nello schema a Y: impressioni, connessioni, domande. Sempre. Vedremo i risultati. So che sarà durissima. Che ci saranno sorprese anche negative. Rimpiango tanto di non aver avuto più tempo. Per il resto aspetto a vedere prima di dare un giudizio. E intanto cerchiamo di portarli tutti all’esame perché « la scuola pubblica li promuove tutti perché li prepara tutti” ovviamente ognuno a suo modo. Una riflessione che viene da lontano ma che dovrebbe guidarci ogni giorno nel nostro lavoro.

Didattica differenziata: dalla teoria alla pratica, mondi lontani

in Ora di Alternativa/Tavola Rotonda di
Sarah mazzetti didattica differenziata
Valerio Camporesi analizza la questione: una didattica differenziata per ogni alunno resta probabilmente un traguardo irrealistico, ma qualcosa si può e si deve fare

Per parlare di didattica differenziata si può partire dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012: “ogni scuola deve pensare al proprio progetto educativo per persone che vivono qui e ora, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato. Alla scuola l’arduo compito di praticare l’uguaglianza del riconoscimento delle differenze”. Si capisce fin da qui la complessità del tema, che tocca anche, ma non solo, le questioni degli alunni con handicap o altri deficit (più o meno chiaramente) accertati. Per loro infatti sono predisposti rispettivamente appositi piani educativi personalizzati (PEI) e una certificazione di bisogni educativi speciali (BES). E sono sigle che spesso alle orecchie degli insegnanti suonano come un incubo e che si traducono in quantità di modulistiche da riempire, spesso con fini meramente burocratici.

Ma il tema è molto più complesso e riguarda tutti gli studenti che possono essere inseriti in un’area di svantaggio, sempre più ampia anche a causa degli effetti delle disparità economiche e sociali sempre più marcate.
La scuola ha indubbiamente fatto un suo percorso verso l’elaborazione di una pluralità di forme e contenuti differenziati al fine di raggiungere quelli che – anche in sede di documentazione europea – vengono definiti i grandi obiettivi della scuola: inclusività, intelligenza e sostenibilità. I programmi stessi sono ormai adeguati a questa esigenza, tanto che – a testimonianza di questa ‘flessibilità‘ – anche in sede ministeriale si parla di Indicazioni e non di programmi ministeriali.

Fin qui tutto bene: sorge, in seguito, una domanda: come attuarla davvero, la didattica differenziata? Si può davvero pensare di non trovarsi di fronte alle solite grida manzoniane quando pensiamo alle classi delle nostri scuole, spesso sovraffollate e prive di mezzi e strutture adeguati?

È, questo, uno dei tanti casi in cui alle parole non sempre sembrano corrispondere i fatti che, in parte, hanno preso una piega opposta
Per citare un esempio: le ore di compresenza introdotte negli anni Ottanta, quattro ore assai preziose nelle quali la classe veniva divisa in due o più gruppi differenziati per fasce di livello permettevano che la didattica differenziata venisse svolta davvero. Purtroppo, come è noto, le ore di compresenza sono state eliminate dalla riforma Gelmini.
Spesso si dice riforma, ma si legge “tagli selvaggi finalizzati a ragioni di bilancio” (e di distruzione consapevole dell’istruzione pubblica?).
Di riforma, in effetti, si dovrebbe parlare solo nel caso di una modifica fondata su studi scientifici e valide ragioni pedagogiche, elementi assenti in questa come in molte altre … riforme.

È, invece, questa dell’inclusività, una sfida decisiva per la scuola e la società italiana, se davvero si vuole ridurre la crescente emarginazione degli strati sociali più deboli.

Basti pensare alle esigenze che vengono dal mondo degli alunni stranieri: manca una seria programmazione – con tanto di investimenti – sui laboratori di Italiano lingua 2.
E sono sempre maggiori i condizionamenti che le disparità di ceto sociale determinano sui percorsi di vita degli studenti che trovano sempre più raramente ella scuola un luogo in cui colmare lacune di partenza dovute al loro status sociale.

Non si può far niente, dunque? Niente affatto: ogni scuola è un mondo a sé, con risorse esperienze e persone diverse, e non mancano casi in cui la differenziazione della didattica può essere praticata.
Una parte la può giocare anche il dirigente scolastico, intervenendo nell’organizzare modi e tempi dell’attività didattica e insistendo verso una didattica inclusiva.

Qualcosa (più di qualcosa) può fare l’insegnante: acuire il suo sguardo, per esempio, e saper cambiare di volta in volta. Non tutte le classi sono uguali. Una didattica differenziata per ogni alunno resta un traguardo irrealistico ma un insegnante che ascolta può decidere quali strategie usare.
Banalmente, magari in una classe è meglio non intestardirsi con il Parini (con il dovuto rispetto) ma trovare alternative, leggere insieme qualche pagina del giornale o, magari, vedere insieme un approfondimento sull’attualità.

Perché – una cosa è certa – se la scuola negli anni non è ancora cambiata abbastanza, gli studenti lo sono senz’altro.

Credits immagine: Sarah Mazzetti http://www.bolognachildrensbookfair.com/media-room/photogallery/illustratori-selezionati-2019/9141.html

Chi ha paura del libro cattivo?

in Attività in classe/Sentieri tra i banchi di
Billi acchiappa paura
Attività sulla paura rivolte ai bambini della scuola primaria – ma che possono essere declinate anche per la scuola dell’infanzia – seguite da specifiche letture da fare insieme

La paura è un’emozione che fa parte del nostro patrimonio genetico, una sensazione forte che tutti noi conosciamo, ed è presente e visibile fin dalla nascita.

Da un punto di vista biologico, quello che accade è una specie di incredibile e super velocissima reazione a catena: l’ipotalamo, posto alla base del cervello, produce un ormone, che a sua volta stimola l’ipofisi, la quale secerne un altro ormone che entra nel sangue, il quale a sua volta spinge i surreni a produrre altri ormoni, che a loro volta metabolizzano gli zuccheri e regolano l’equilibrio idro-salino… insomma, roba da paura davvero!

Ok, viene da dire, ma tutto questo a cosa serve? La risposta qui è un po’ più semplice (si fa per dire…), perché la paura, come tutte le altre emozioni, è come una cara vecchia amica che, se tenuta sotto controllo e se sappiamo ascoltarla, può darci dei giusti consigli per vivere meglio.

Perché allora non lavorarci in classe? Giocare con la paura non solo è divertente, ma anche stimolante per tutti i bambini! Quella che vi proponiamo, dunque, è un’attività sulla paura rivolta ai bambini della scuola primaria – ma che può essere declinata anche per la scuola dell’infanzia – seguita da specifiche letture da fare insieme.

Da dove cominciare? Ma dalla domanda più importante… sì, ma qual è? Probabilmente la maggior parte dei bambini dirà: che cos’è la paura? No, non è questa… è una domanda importante, certo, ma non molto utile, e poi rischiamo di perderci. La domanda giusta è: a cosa serve la paura?

Proviamo a partire da qui, ponendo questa domanda ai bambini, poi ascoltiamo le risposte e annotiamo le più interessanti alla lavagna. Aiutare la discussione, dicendo che la paura è un po’ come il dolore.

Spieghiamo ai bambini che il senso del dolore che tutti noi possiamo avvertire, ad esempio se qualcuno ci pesta un piede mettiamo una mano su un oggetto molto caldo, non è altro che un messaggio spedito al nostro cervello, un messaggio repentino che ci avverte di una cosa importante: togli subito quel piede (o quella mano) da lì, altrimenti potresti farti molto male!

Se ci pensiamo bene quindi, avvertire il dolore, anche se non ci piace, è una cosa positiva. Beh, la paura, se vogliamo, funziona un po’ allo stesso modo. La paura è un’emozione che, fin dalla nascita, ha lo scopo di informarci dei pericoli, è come una specie di sentinella che ci dice: ‘Fai attenzione, potrebbe capitare qualcosa di poco piacevole’, e quindi è meglio organizzare una difesa.

E la cosa straordinaria è che la paura ci suggerisce ogni volta come comportarci: di fuggire subito, di rimane immobili, addirittura di contrattaccare!

Adesso è arrivato il momento di dare un volto alle nostre paure. Sì, perché la paura può avere tante facce e un buon modo per esorcizzarle è visualizzarle. Chiediamo dunque a ognuno di raccontare la propria: possiamo parlarne tutti insieme, dando il tempo a ognuno di parlare; possiamo scriverle su un foglio, ognuno la propria, poi leggere i “messaggi” a voce alta e metterli tutti in una scatola, la scatola delle nostre paure, che terremo da qualche parte nascosta in aula; ma possiamo anche, con i bambini più piccoli, provare a disegnarle e appenderle poi su un grande
cartellone-mostro!

Possiamo concludere l’attività con delle letture. Per la scuola dell’infanzia, proponiamo: Lupo lupo, ma ci sei?, edito da Giunti editore, un classico scritto da Giusi Quarenghi e illustrato da Giulia Orecchia, per divertirsi con la paura e cercare un lupo… che non c’è!

Il mostro peloso, edito da Emme edizioni, una storia di Henriette Bichonnier che racconta in maniera umoristica la fiaba della Bella e la Bestia.

Per la scuola primaria, invece, proponiamo:
Billi Acchiappapaura, edito da Librì progetti educativi, di Maria Loretta Giraldo e Giulia Orecchia, per scoprire tutte le paure dei bambini: del buio, dei temporali, di non piacere agli altri…

E Fiabe da far paura (appena appena, non tanto), edito da Mondadori, che raccoglie una scelta delle straordinarie Fiabe italiane di Italo Calvino.

La telecamera in classe è davvero una buona idea?

in Maschile singolare/Tavola Rotonda di
sicurezza
La riflessione del maestro Ivan sull’ultima novità in fatto di sicurezza: la telecamera in ogni classe un po’ ci sta. Però a pensarci bene…

Quando ho sentito questa cosa della telecamera nelle scuole, mi sono detto: “un po’ ci sta”.

In un Paese che non si fida più dei politici, di quelli che vengono da fuori e che guarda con un po’ di sospetto anche chi ha un mega curriculum, perché ci si dovrebbe fidare degli insegnanti?

Così, quando ho letto che dopo gli asili e le scuole dell’infanzia le telecamere dovrebbero essere accese anche nelle classi dei più grandi, mi sono detto: “un po’ ci sta”, specie perché dovrebbero servire per difendere prof. e maestri dalle aggressioni di studenti e genitori.

Per quanto mi riguarda, a parte la scocciatura di vestirmi da fighetto tutti i giorni (perché se so che c’è una telecamera in giro, un po’ ci tengo a non fare brutta figura), per il resto non ho problemi con le telecamere, io. Non voglio dire di trovarmi a mio agio, ma un po’ di spettacolo posso pure farlo.
Solo che questi signori che hanno pensato di mettere le telecamere nelle scuole son tutte persone che hanno dimenticato i detti antichi, quelli di una volta. Prova a seguirmi.

Il genitore è a casa o al lavoro o per strada e dà un occhio al telefonino per vedere quel che succede a scuola. A questo punto, il povero genitore, magari un papà, vede il proprio figliolo alzar la mano e prendere la parola:
Ieri mio papà ha dormito sul divano e la mamma ha pianto. E tanto, anche.” Son cose che capitano. Sì, certo, il papà può dormire sul divano, poverino, ma capita soprattutto che i bambini raccontino tutto quel che succede a casa.

Il segreto familiare non esiste, a scuola. I bambini depositano sulla cattedra dei maestri intenzioni di voto, giudizi sui vicini, evasioni fiscali, truffe anche solo immaginate, piccole diatribe e grandi guerre. Fortuna che a scuola ci sono i maestri, gente seria e capace di filtrare.

Per tornare ai detti di una volta, quello che i signori delle telecamere non hanno preso in considerazione è che “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”.

Tu pensi un modo per controllare quello che succede in classe e ti ritrovi in mano uno strumento per sputt… (sì insomma hai capito) la famiglia: la mamma ieri è tornata a fare la ceretta dopo mesi perché esce con le amiche e il papà non l’ha presa bene (o viceversa, non vorrei essere accusato di sessismo).

E non pensare che basti togliere l’audio: come controllare la pressione psicologica, la violenza verbale? Come fidarsi pienamente del cinema muto?

Ecco, la conclusione è banale, ma come tutte le cose banali di tanto in tanto va ricordata perché la gente dimentica facilmente le conclusioni banali e i detti antichi.

La crescita è una grandiosa manifestazione di fiducia. Nessuno è mai diventato realmente grande sotto lo sguardo indagatore delle telecamere, degli educatori, dei genitori. Tu dai fiducia e il bambino ti torna a casa con l’esperienza, il confronto, l’elaborazione di un punto di vista diverso.

La fiducia è il più grande antidoto alla paura e forse per questo fa così paura.

Writing Reading Workshop: la potenza del ricalco

in Fra cattedra e finestra di
Il ricalco, scrive Sabina Minuto, ti obbliga a smontare un testo, conoscerne la struttura e rimodellarla sul pensiero o sentire personale. Non è parafrasare: é carpirne fino in fondo i segreti
Continua a Leggere

Catalizzatori di lettura: il docente scatena il cambiamento

in Fra cattedra e finestra di
catalizzatori
Il professor Batini e Salvatore Striano al convegno “Catalizzatori di lettura” organizzato a Savona il 12 aprile: chi legge conosce parole, chi legge impara a stare al mondo, si costruisce una cassetta eterna di attrezzi che saranno validi sempre. Report e riflessioni di Sabina Minuto

Continua a Leggere

1 2 3 6

Rubriche

Archeodidattica: strategie e laboratori

Fra cattedra e finestra

di Sabina Minuto

Giochi senza frontiere didattiche

di Giovanni Lumini

Didattica e diritto

di Gianluca Piola

Ora di Alternativa

di Valerio Camporesi

Maschile singolare

di Ivan Sciapeconi

Tracce di scuola intenzionale

di Sonia Coluccelli

Sentieri tra i banchi

di Fabio Leocata

Virgolette

di Paola Zannoner

Luoghi Interculturali

di Mariangela Giusti

La Facile Felicità

di Renato Palma

Torna su