Marianna Balducci

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Dal macro al micro, dal generale al particolare

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Per allenare lo sguardo e “fare amicizia col territorio” in questo articolo Marianna Balducci ci invita a “condurre una linea a fare una passeggiata”

Paul Klee diceva che “Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata” e anche la mia matita ogni tanto ama prendersi il tempo giusto, moderare i passi e il fiato, guardarsi attorno. Mi capita di definire spesso il disegno come il mio modo preferito di misurare e conoscere il mondo e, se siamo partiti addentrandoci nelle fessure e nelle crepe dei muri, adesso è il momento di aprire lo sguardo e concederci un più ampio respiro.

Quando ho lavorato a questo progetto foto-illustrato avevo un committente specifico: una voce istituzionale (parte di un più ampio progetto europeo) di un territorio dalla forte tradizione agricola, impegnato nella riscoperta della sua storia e proiettato verso scenari futuri sostenibili e socialmente virtuosi. Per quanto i contenuti di quello che sarebbe diventato un video fossero già scritti, c’era da scegliere chi sarebbero stati i “testimonial” che li avrebbero accompagnati. Volevo che fosse la terra, la natura a parlare, la vera protagonista, quella che sente su di sé il sollievo delle piogge, che accoglie con fiducia i vitigni e gli alberi da frutto, che si pettina con l’aratro per le grandi occasioni di semina.

Ma per interpretare la sua voce, dovevamo conoscerci un po’ meglio perciò (assieme a Diego Zicchetti, responsabile delle riprese e del montaggio video di questo progetto) è partita l’esplorazione, la “passeggiata” della linea, con l’intenzione di campionare i frammenti di quel paesaggio da raccontare. Hanno iniziato a fare capolino strani fantasmi delle colline, donne dai capelli frondosi, squadre di arance succose,… personaggi nascosti tra le pieghe del paesaggio che, come spiriti protettivi, mostravano il loro amore per la terra che li aveva ospitati.

Mi piace pensare che questa passeggiata della linea si possa fare anche a scuola, accompagnati dalle insegnanti proprio come quando si progetta una gita.

Si sceglie insieme, innanzitutto, la destinazione e in questo caso, per agevolare il nostro ampio respiro, è bello pensare a un luogo che ci permetta di misurarci con paesaggi naturali (il bosco, il parco, la campagna, ma anche il mare se ci sono zone un po’ incontaminate con gli scogli per esempio). Si traccia poi l’itinerario (magari si disegna una mappa che tutti terranno come riferimento). Basteranno anche solo 3 punti di interesse su cui concentrare l’attenzione. Nei 3 esempi estrapolati dal mio progetto ci sono un campo ampio (un panorama), un campo medio che si concentra su un solo elemento (l’albero), un campo ristretto su un dettaglio (le arance). Ragionare su quali tipi di sguardo ci permette di adottare il luogo che visiteremo è già un buon esercizio (dal macro al micro, dal generale al particolare).

Macchina fotografica alla mano, si va quindi a caccia di scatti cercando di rispettare la consegna data e concentrarci proprio su quei 3 sguardi. Confrontarsi su come organizzare l’esplorazione è importante per non disperdere le energie in un ambiente che sicuramente ci darà tantissimi stimoli. Per rendere la sfida più interessante e costringere i nostri piccoli fotografi a una selezione più ragionata, si possono stabilire dei vincoli: solo 9 foto a testa (3 scatti per ogni tipologia di sguardo).

Una volta rientrati a scuola, sarà bello confrontare le foto di tutti, stamparle e iniziare a pensare a dove collocare gli spiriti del paesaggio che la fantasia sarà in grado di risvegliare

Anche in questo caso, il disegno sulle foto si può realizzare con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage. Un altro modo divertente di intervenire può essere disegnare sulla carta da lucido che renderà i fantasmi ancora più nebbiosi e misteriosi.

In un momento storico che ci implora di essere sensibili verso la natura circostante, sempre più consumata, ignorata, male interpretata, magari non possiamo imbarcarci in grandi imprese ma iniziare da cose semplici come sviluppare la consapevolezza di quel che abbiamo vicino per proteggerlo e averne cura. Non discorsi astratti ancora troppo grandi per essere davvero afferrati, ma piccole esplorazioni quotidiane alla nostra portata, che ci facciano spezzare il fiato (come si dice per le camminate in montagna) prima di raggiungere vette più ambiziose. Quanta natura abbiamo intorno a noi? Come è fatta? Chi la abita? Che storie custodisce?

Ogni spirito disegnato porterà un suo messaggio o magari un piccolo racconto nato dall’approfondimento fatto in classe o dalle testimonianze di chi la natura la conosce meglio di noi.

Quanto addentrarci, con lo sguardo e col pensiero, è una scelta che si può calibrare in base al tempo, alle risorse disponibili, agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il risultato saranno tante cartoline o magari un album collettivo che ci avrà aiutato a fare amicizia con l’ambiente che ci sta attorno, portando gli occhi e la matita a passeggio in un posto che ci sta a cuore, come si fa con i più cari amici.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Educare gli studenti a vedere: a caccia di volti nei muri!

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volti cover mangiacavi - occhiovolante
I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri. Marianna Balducci, illustratrice, ci aiuta a riconoscerle

I disegni sono dispositivi parlanti: a volte descrivono, a volte raccontano, altre volte svelano. In tutti questi casi, non si può prescindere da un po’ di allenamento della mano, certo, ma prima ancora dello sguardo perché il disegno ci chiede innanzitutto di scegliere. Solo alcuni di quei segni che l’occhio registra saranno l’alfabeto del nostro discorso e avere chiaro in testa quel che vogliamo dire sarà ancora più importante del saper disegnare “tanto” o convenzionalmente “bene”. Mescolare fotografia e disegno mi piace da sempre proprio perché mi costringe a esercitare questa misura: il risultato finale è più riuscito quando il segno è entrato in sintonia con l’ambiente già immortalato, non si è lasciato viziare dal virtuosismo bensì si è inserito solo nello spazio necessario a scatenare in chi guarda un moto di meraviglia. Si lavora perciò più in togliere che in aggiungere, come gli investigatori si va a caccia di indizi da rivelare, ogni volta con una nuova piccola “missione”.

Quando ho lavorato al progetto “Lettimi illustrato” la mia era quella di rivelare uno spazio dimenticato: il giardino cinquecentesco di Palazzo Lettimi di Rimini, abbandonato per lungo tempo e riaperto in occasione del festival di musica e teatro “Le città visibili” che mi ha coinvolta in questa operazione di sensibilizzazione disegnata.

Mi sono avventurata tra le crepe e i rampicanti, tra i cavi aggrovigliati degli allacci di corrente e le grate foderate di muschio. Mi sono appellata alla Signora Pareidolia, quella burlona responsabile del fenomeno per cui il nostro cervello tende a individuare, in un accrocchio di forme e segni casuali, delle forme conosciute (spesso dei volti) e ho trovato quelle che sarebbero diventate le nuove voci del giardino Lettimi.

marianna balducci succhiacavi lettimi illustrato

Non tutte si sono lasciate guardare subito. La missione di esplorazione fotografica di uno spazio deve darsi certamente delle regole (e io ero a caccia di volti, di personaggi), ma la fantasia ci chiede anche un po’ di respiro, un po’ di spazi vuoti in cui insinuarsi. In questa prima fase perciò ho fotografato tanto, anche dettagli che non subito avevano chiaro il loro destino. Per chi non è abituato a usare la macchina fotografica (o il cellulare), una prima fase di osservazione può essere fatta con l’ausilio di un piccolo passepartout bianco (una cornice di cartoncino) che ci costringa a isolare delle porzioni di spazio per poterle guardare e poi eventualmente catturare con il vero obiettivo.

Tornata a casa con un consistente bottino di crepe, cortecce, pareti, buchi, è iniziata la selezione. In questo caso non ho capovolto o girato gli scatti per osservarli da un’altra prospettiva e ho lasciato che ciascuna immagine restasse col medesimo orientamento con cui l’occhio l’aveva catturata. Questo accorgimento è stato utile quando, al termine del progetto, le tavole sono state esposte nel giardino durante il festival, invitando i visitatori a ritrovare sul posto, come in una caccia al tesoro, i dettagli su cui avevo lavorato. I disegni sono stati realizzati in digitale, ma spesso mi è capitato di lavorare su supporti fotografici stampati disegnandoci sopra con rapidograph, pennarelli acrilici, matite bianche o gessetti.

Mano a mano che i volti venivano svelati, anche il temperamento di ciascun personaggio si delineava sempre più chiaramente: c’è chi gli ha dato un nome, chi ha immaginato un tono di voce,… con pochi segni, quel luogo zittito ha iniziato a diventare tutto fuorché silenzioso agli occhi dei suoi visitatori!

Quanti luoghi silenziosi ci sono nella nostra città, nello spazio che abitiamo o frequentiamo quotidianamente? Magari non tutti nascondono personaggi che lamentano necessariamente mancanze di attenzione come nel mio giardino abbandonato, ma di sicuro custodiscono storie o aspettano che qualcuno ne inventi per loro. Altri forse invece gridano perché sono feriti, perché portano i segni di una storia pesante.

I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

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