Marianna Balducci

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Quando l’idea accende la lampadina, va messa in mostra

in Attività in classe di
Marianna Balducci ci invita a liberare la fantasia (e creare una mostra o un libro di classe) partendo dall’icona del colpo di genio, la lampadina!

Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione” cantava Giorgio Gaber. La percezione che abbiamo del modo in cui nascono le idee spesso è fuorviante: si tende a pensare che l’idea sia una sorta di illuminazione fulminea, di lampo nel buio, senza concentrarsi mai abbastanza sul serbatoio di energia necessario per accenderla. È vero, l’idea si manifesta a volte sotto forma di repentina e sorprendente epifania e ci dà una scarica di adrenalina grazie alla sua capacità risolutiva di un problema che ci affligge o alla rivelazione di una cosa che prima non c’era.

Ma se ci fermiamo a questo passaggio, che non è che l’ultimo stadio di un processo molto più articolato, finiremo anche col pensare che i creativi siano paragonabili a degli stregoni dai poteri paranormali e che la loro giornata consista nella passiva attesa di un qualche segnale straordinario, in arrivo da un momento all’altro. Se il mio lavoro fosse fatto solo di questo, sarebbe davvero terribile: non solo per la noia sconfinata tra un’idea e l’altra, ma soprattutto per la frustrazione nata dal constatare che tutto ciò che imparo, accumulo, assimilo, non serve poi a un granché davanti a questa sorta di divina illuminazione che non posso controllare.

Bruno Munari invece nel suo libro “Fantasia” prova a mettere un po’ d’ordine e a cambiare prospettiva, presentandoci la creatività come uno strumento più che una scienza infusa e quindi, in quanto tale, sensibile a miglioramenti, esercizi, potenzialmente alla portata di tutti. Anche l’immaginazione è uno strumento strategico e le idee somigliano molto più a dei progetti che a dei temporali. Questo non vuol dire sacrificare la freschezza del guizzo creativo, ma vuol dire piuttosto rendersi conto che quel guizzo, se è partito, è frutto delle connessioni innescate (più o meno consapevolmente) tra tutte le informazioni che nel tempo abbiamo archiviato. Più elementi abbiamo nel nostro archivio e più i collegamenti diventeranno interessanti (e le idee “geniali”!), allo stesso modo per cui se ho visto tante immagini o rappresentazioni di una cosa (fosse anche solo il sole o un albero, per riprendere ancora una volta un esempio munariano) poi la saprò disegnare meglio e in modo meno stereotipato. 

Ma allora cosa sono davvero le idee? Come sono fatte? Come funzionano? A cosa servono? Dato che siamo partiti dall’esigenza di restituire maggior concretezza all’astratto, prendiamo quella che è diventata l’icona per eccellenza dell’idea (mutuata anche dal linguaggio del fumetto): la lampadina. Prendiamola veramente, fotografiamola, materializziamo questa idea da accendere davanti agli occhi dei nostri studenti pensanti e sfidiamoli a creare, tutti insieme, una sorta di libretto delle istruzioni che ne sveli i segreti.

Iniziamo un brain storming collettivo partendo proprio da quelle domande. Proviamo a raccogliere le suggestioni alla lavagna, magari già cercando di organizzarle per categorie: da una parte le risposte più riconducibili alla descrizione di un’idea (geniale, sorprendente, improvvisa, bella,…), dall’altra quelle inerenti il suo funzionamento proprio come se fosse una macchina (serve a… risolvere un problema, inventare una cosa nuova, diventare famosi,…). In questa fase non esistono stimoli sbagliati, lasciamo che escano anche le risposte più politicamente scorrette (che magari diventeranno spunto di riflessione in seguito). Le domande poste alla classe potranno costituire un primo criterio di organizzazione dei contenuti, ma dal brain storming potrebbero emergere anche nuove piste. Diamoci un tempo limitato, lasciamo sedimentare la cascata libera di contributi per un pochino, godendo anche del divertimento di questa fase più libera di raccolta. Verrà poi il momento di selezionare collettivamente le risposte che più ci convincono per costruire, pagina dopo pagina, questo libretto d’istruzioni pensato per spiegare a chi non lo sa che cosa vuol dire avere un’idea: descrizione delle caratteristiche (magari degli ingredienti!), modalità di funzionamento, circostanze di applicazione,… potrebbero essere questi i capitoli da illustrare. Dividiamo quindi i compiti assegnando a ciascuno la foto di una lampadina vuota da riempire con un disegno che racconti uno dei concetti emersi. Otterremo una compilation di immagini che, pur partendo dalla stessa base (la lampadina fotografata), rivela approcci (concettuali e grafici) molto diversi. Forse qualcuno trasformerà la lampadina nel viso di un personaggio (l’inventore!), altri lavoreranno al suo interno, altri ancora nello spazio vuoto attorno. Il disegno metterà in scena i concetti emersi e la nostra galleria di lampadine sarà una luminosa cordata di pensieri (da rilegare in un libro di classe, da esporre in una piccola mostra collettiva). Le idee sono patrimonio di tutti, le belle idee sono il premio di chi persevera nell’osservazione attiva e profonda del mondo. E i disegni, come dice Bruno Bozzetto (ricordando proprio un bambino che ha incontrato), non sono che idee con intorno una linea.

A caccia di storie: cosa ci raccontano gli strumenti di lavoro?

in Attività in classe di
Obiettivo (della macchina fotografica e della nostra immaginazione) puntato sugli strumenti di lavoro: sono proprio “le cose” a guidarci in questa esplorazione.

Per chi ha ingranato fin da subito e chi ancora ha bisogno di un po’ di tempo per carburare, settembre ha segnato, come ogni anno, un nuovo inizio, specialmente tra i banchi di scuola. È tempo quindi di mettersi all’opera, è tempo di mettersi al lavoro. Da bambina, da adolescente ho sempre visto la scuola come “il mio mestiere” (un po’ il corrispettivo del dovere dei miei genitori) che, se ero fortunata e capace di prendere dal verso giusto, si sarebbe anche potuta trasformare in un piacere (come alla fine è stato in molte occasioni). Non ho mai avuto le idee chiare su cosa avrei fatto di lavoro per davvero una volta diventata grande però, come tutti i bambini, ho avuto le mie “fasi”, i miei innamoramenti, le mie più o meno tormentate sfide per capire in quali panni mi sarei potuta trovare in futuro.

Mi piacevano i libri compilativi in cui si elencavano i mestieri più disparati, mi piaceva avere in casa un babbo che era medico (con un mondo professionale molto strutturato intorno, con grandi responsabilità) e una mamma pittrice (con un mestiere fatto di grande passione, tempi non convenzionali, tanta emotività). Da adulta mi è piaciuto scoprire come dietro a mondi di cui si ha spesso un’idea molto stereotipata (come la moda, per esempio) ci sia un cosmo di professionalità e competenze diverse. Le professioni, quelle più antiche e quelle che nascono grazie alle opportunità che i cambiamenti del mondo ci offrono, sono testimonianze dense di fascino e di informazioni sulla nostra civiltà, la nostra cultura, la sua storia e le sue ambizioni. 

Per allontanarci allora dall’approccio astratto che a volte tendiamo ad adottare ed entrare invece nel vivo di questo “saper fare” così ricco che ci circonda, fotografia e disegno ci vengono in aiuto. L’obiettivo (della macchina fotografica e della nostra immaginazione) sarà puntato sugli strumenti di lavoro: che si tratti di professioni che richiedono specifici attrezzi più artigiani, che sia invece il caso di un lavoro più intellettuale dove libri e matite la fanno da padroni, saranno “le cose” a guidarci nell’esplorazione. 

Spesso, quando capiamo come sono fatte le cose, capiamo anche come funzionano e capiamo meglio persino come funzioniamo noi.

Spesso sono gli oggetti e il design con cui sono progettati a farsi depositari di indizi preziosi, a darci un’occasione per avvicinarci alle storie. In questa serie di foto-illustrazioni mi sono ritrovata a raccontare la professione del geometra per conto del Collegio dei Geometri della mia città, in corrispondenza di un anniversario importante. Parlando con i professionisti che mi hanno interpellata, abbiamo individuato proprio negli strumenti di lavoro il principale gancio visivo che celebrasse la complessità di questo settore dove si progetta, ma si sta anche a stretto contatto con i cantieri e, negli ultimi tempi, ci si dota anche delle più moderne tecnologie. Tradizione e innovazione convivono all’interno del medesimo scenario, superando lo stereotipo del righello e del tavolo da disegno per aprirsi a più complesse e partecipate dinamiche. Un vero e proprio lavoro di squadra in tutti i sensi, insomma!

Illustrazioni di Marianna Balducci

Gli oggetti scelti sono stati individuati come quelli che potessero rappresentare simbolicamente al meglio le principali aree di azione della professione geometra. Sono stati fotografati singolarmente e poi in una composizione corale per rimarcarne anche i pesi e le proporzioni reciproche. Il disegno è stato l’espediente attraverso il quale trasformare questi strumenti in mondi da abitare, in territori vivi di esplorazione.

Siamo capaci di stravolgere le regole della realtà attraverso la fantasia solo se abbiamo fatto nostre quelle regole e, quindi, se abbiamo attentamente osservato, toccato, indagato. Allo stesso tempo, la ricerca di analogie e consonanze con ciò che conosciamo ci aiuta a rendere giocoso persino l’approccio al complicato e pesante teodolite di cui prima ignoravamo completamente l’esistenza, ma che sembra proprio un quartier generale futuristico.

Illustrazioni di Marianna Balducci

In tutto questo non dimentichiamo mai il primo passaggio: parlare con chi di quel mestiere ha esperienza diretta. Lasciando ai bambini il compito di esplorare i mestieri per trasformarli in nuovi scenari foto-illustrati, si dovrà quindi partire da una prima consegna: individuare una persona (anche della famiglia) a cui fare domande sul suo mestiere e da cui farsi dare un oggetto rappresentativo o comunque quotidiano nell’ambiente di lavoro. Potrebbe essere una semplice matita per il disegnatore oppure una calcolatrice per il ragioniere, ma anche una paletta per il giardiniere, una chiavetta usb per l’informatico. Chiediamo quindi il permesso di portare questi oggetti a scuola e allestiamo un piccolo set in cui ciascuno fotograferà il proprio. Meglio optare per un set neutro, ricreato con dei cartoncini bianchi o colorati tinta unita e una semplice lampada da puntare contro il soggetto.

In una fase in cui si sta osservando, è bene avere la possibilità di avere almeno 3 scatti per ogni oggetto così da fotografarlo da angolazioni diverse e consentire ai piccoli disegnatori di scegliere quello che più preferiscono quando dovranno metterci mano. Una prima fase di confronto collettivo sarà utile per avere un quadro generale della situazione e per far appuntare a ciascuno le caratteristiche del proprio oggetto: cos’è? chi ce lo ha dato? come si usa? come è fatto?

Una volta stampate le foto degli oggetti si potrà pensare a come trasformarli riempiendoli di personaggi. I piccoli esploratori potranno disegnare loro stessi alle prese con questi nuovi mondi e magari disegnare anche la persona che ha prestato l’oggetto e gliene ha parlato. Come sempre, i disegni sulle foto possono essere realizzati con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage (disegnando i personaggi a parte e incollandoli in un secondo momento). I miei sono stati realizzati in digitale, il filo dorato che li lega viene dall’esigenza di festeggiare la connessione fra questi micro-ambiti del medesimo settore nel tempo, culminata in un evento dedicato in cui le illustrazioni sono state esposte e inserite nell’albo commemorativo, dono della serata a soci e ospiti.

Ma quanti percorsi si possono impostare in questo modo, per esempio esplorando le professioni del passato (recuperando quindi le foto degli oggetti attraverso il web e le biblioteche) per riscoprire anche come si sono evolute o trasformate nel tempo. Quanto lavoro, quanti lavori! Non resta che rimboccarsi le maniche.

Saluti da Monte Conchiglio: c’è una cartolina per te

in Attività in classe di
Marianna Balducci ci invita ancora una volta ad andare oltre lo sguardo quotidiano e in questa occasione lo fa con una… Cartolina!

Che si appartenga al resistente manipolo di nostalgici che ancora le manda per posta o ai più che fanno viaggiare i loro “saluti da…” attraverso la rete, la cartolina (o comunque l’idea che ne è alla base) resta impigliata nell’immaginario, efficace, immediata da interpretare per chiunque. Un’immagine testimonia il nostro passaggio in un certo luogo, poche parole (un tempo dettate dall’economia delle spedizioni) indirizzano il nostro pensiero a una persona cara. In quelle cartacee, in particolare, mi piaceva quando, oltre ai saluti, ci trovavo o ci annotavo caratteristiche del luogo (il clima, il cibo, un aneddoto). Mi piaceva trovare la misura perché tutto restasse privato e affettuoso, pur esponendo le parole alla mercé del postino, perché il testo sul retro non godeva della protezione della busta.

Una cosa mi piaceva più di tutte e cioè il pensiero che potesse anche trattarsi di un grande bluff: comprare il cartoncino nella località di passaggio che non è proprio quella del soggiorno perché si era di fretta, inscenare false partenze o falsi ritorni spedendo tutto in differita quando si è già di nuovo a casa, peggio ancora, oggi, rubacchiare un’immagine in rete per far credere che si è gente di mondo (e c’è chi lo fa, ve lo assicuro). Ma c’è un altro tipo di bluff che mi interessa di più ed è quello che, passando per la grammatica della fantasia (per dirla alla Rodari), è capace di far viaggiare ancora più lontano, laddove si annidano le storie. 

E allora “saluti dal…” mare? Così sembrerebbe visto che qui ho un mucchio di conchiglie e sassolini ritrovati sulla battigia e un cartoncino screziato di azzurro (che mi sono divertita a realizzare con un tutorial trovato in rete perché l’acqua era difficile da catturare). Partiamo quindi da una prima fase di raccolta di cose ma anche di suggestioni (come le bolle riprodotte sulla texture del cartoncino) che ci ricordino il posto in cui le abbiamo trovate. Andranno bene allora sia i reperti che il mare mi consegna, sia l’idea di mare che mi sono fatta e che sono in grado di riprodurre. Lavorare con i pattern utilizzando anche gli stessi oggetti trovati intinti nel colore a tempera come fossero timbri può essere un modo interessante di ricreare effetti grafici tutti da scoprire.

Credits: Marianna Balducci

Però vi ho promesso una cartolina bugiarda e dispettosa perciò non sarà dal mare che manderò i miei saluti.

Bruno Munari sarebbe d’accordo, lui che la bugia l’ha portata fin dentro alle teche del suo museo impossibile di “oggetti trovati”, un campionario di reperti raccolti in modo apparentemente arbitrario e presentati come fossero le tracce di un’antica civiltà, come testimonianze interessanti della vita che accade e della natura che agisce. Lui che ha visto un sasso che però “da lontano era un’isola”, proprio lui mi ha spinta a pensare che forse, anche quando mi sembra di stare in un posto solo, in realtà sono potenzialmente in tanti altri posti diversi e incredibili. Guardo il mio mare in scatola e penso al suo opposto: le conchiglie diventano fronde di alberi antichissimi, colline arse dal sole, montagne dal cucuzzolo perlato. E poi ce n’è una, con strani buchi, somiglia al becco di un rapace… Ormai è chiaro, non sono stata al mare, sono alle pendici di Monte Conchiglio. 

Capovolgere lo sguardo è quindi il secondo esercizio: partire dal luogo di ispirazione e spingerci mentalmente quanto più lontano possibile. Sono stata al mare? Allora la mia cartolina dispettosa vi parlerà di montagne. Sono stata al parco? E chi lo dice che in realtà non fosse il suolo di un pianeta inesplorato? Non ci sono limiti alla messa in scena del meccanismo di ribaltamento che molto verrà aiutato dall’osservazione di quanto si è raccolto. Prima di decidere che sarà davvero una cartolina di montagna, mi guardo il mio mare in scatola da tutti i versi, penso con la testa e con le mani, rigirando e componendo sul foglio gli oggetti in piccoli assembramenti per assecondare le loro forme e distaccarmi, piano piano, dall’idea del posto a cui originariamente appartengono. Lavorando con un gruppo di bambini può essere interessante concentrarsi sul medesimo luogo di raccolta (magari effettuando la caccia al reperto tutti insieme) e poi lasciando che ciascuno inventi il suo “non-luogo” con quanta più fantasia possibile. La sfida è generare spaesamento e arrivare a confezionare una cartolina che, pur nella sua assurdità, sia assolutamente credibile.

Una volta disposti gli oggetti a ricreare il nuovo orizzonte desiderato, bisognerà fotografare ciascuna composizione e stamparla in un formato uniforme (magari un 13×18 cm che conserva l’idea delle cartoline postali ma ci lascia un po’ più di spazio rispetto al più vincolante 10x15cm standard). È arrivato il momento di disegnare gli elementi mancanti per rendere la nostra cartolina dispettosa davvero completa. Può essere utile stampare più copie per consentire ai disegnatori di effettuare più prove. Si può disegnare con la matita una traccia e poi procedere con pennarelli acrilici e indelebili o confezionare piccoli disegni da incollare. Non servono tanti colori, anche solo il bianco e il nero potrebbero essere sufficienti visto che interveniamo su una foto già molto ricca di elementi. E poi servono i saluti e pensarci mentre si sta disegnando aiuterà l’uno e l’altro processo: se mi trovo a Monte Conchiglio dovrò spiegare perché, dovrò descrivere chi ho incontrato e come ci sto. E allora, ancora una volta, il disegno segue a ruota le idee che sarà divertente stimolare osservando insieme le foto su cui lavorare mescolando anche gli spunti dei compagni. Io a Monte Conchiglio mi sono trovata benissimo e magari la prossima volta ci torniamo insieme.

Scrapbook: l’album dei ricordi da fare con i bambini

in Attività in classe di
Marianna Balducci ci fornisce indicazioni per creare in classe uno scrapbook, individuale o collettivo, al rientro dalle vacanze

Non sono mai stata una persona ordinata. Cerco di disciplinarmi e magari ci riesco anche bene ma, quando muovo pensieri e mani senza incombenze lavorative di mezzo, mi accorgo di essere molto più vicina all’accumulatrice compulsiva che a Marie Kondo. Disegnare e soprattutto fare ricerca prima di impostare un progetto mi ha insegnato tante cose sull’ordine e sul disordine, sull’importanza di entrambi e sulla misura con cui gestirli di volta in volta. Quando incontro i bambini, per quanto le attività siano guidate da me, c’è spesso un momento di “disordine” in cui le idee possono circolare con fluidità, in cui non è ancora importante il peso che diamo alle cose (quello lo sceglieremo dopo, quando avremo un obiettivo da realizzare), in cui ci godiamo una divertita fase di “raccolta”. Le esplorazioni dei bambini sono fatte un po’ così, in fondo: non procedono necessariamente per prudenti e misurati passi, ma si slanciano da una parte all’altra, registrando informazioni a cui il peso specifico verrà attribuito e ridefinito consapevolmente magari in un secondo momento, anche molto lontano nel tempo. Intanto si fa archivio.

credits: Marianna Balducci

Complici le vacanze e quindi una finestra di tempo un po’ ampia libera dalla routine scolastica, potrebbe essere un buon momento per approfittare di tutto questo disordine e sfidare i piccoli esploratori a una grande raccolta. Obiettivo finale: confezionare uno scrapbook che somigli però un po’ anche a un carnet di viaggio, non importa se l’oggetto delle esplorazioni è il posto in cui stanno andando in vacanza o il proprio quartiere in quel particolare periodo dell’anno. D’accordo, un po’ vi sto imbrogliando: questo disordine avrà in realtà qualche input a cui rispondere, ma d’altra parte anche la stessa Marie Kondo continua a confondermi quando mi esorta a liberarmi di ciò che non è essenziale e, al contempo, mi consiglia di conservare le cose che mi rendono felice.

Partiamo da lui, lo scrapbook, per capire meglio cos’è e come potrebbe diventare fonte di gioco ma anche di lavoro. Lo scrapbook è tecnicamente un quaderno che raccoglie ritagli, segni, tracce funzionali a restituire una certa atmosfera, un mood estetico (infatti viene molto usato anche nelle primissime fasi di lavorazione delle collezioni di moda), o semplicemente, come sarà il nostro caso, a conservare la freschezza del ricordo di un’esperienza. Lo scrapbook non ha necessariamente un formato omogeneo, può essere pieno di cose stampate, fotocopiate, disegnate ma anche di piccoli reperti. Diciamo che è un album dei ricordi molto spettinato e con molta personalità. Ha un’origine antica e, in alcuni casi, anche una vera e propria deriva artistica molto affascinante.

credits: Marianna Balducci

Per comporre il proprio scrapbook esplorativo ciascuno dovrà impegnarsi a raccogliere e conservare, durante le sue vacanze, un insieme di elementi che parlino del posto in cui è stato. Il tutto verrà assemblato insieme, quando ci si ritroverà per raccontare cosa abbiamo fatto e visto, ma la fase di ricerca e accumulo dovrà essere libera di svolgersi con i tempi e le modalità che ciascuno riterrà più congeniali. Anche se la composizione dell’album avverrà una volta rientrati a scuola, è importante mostrarne alcuni esempi prima di mettersi in cerca. In rete se ne trovano moltissimi (vi consiglio un account instagram che ne ha archiviati alcuni davvero preziosi: PaperScrapbooks History). Mostrare tanti esempi darà una prima idea del possibile risultato finale, sarà un incoraggiamento e un suggerimento per far sì che il piccolo archivio di ciascuno non si fermi solo a cartoline e fotografie, ma includa scontrini di merende, sassolini e conchiglie, biglietti dell’autobus, bustine di zucchero, foglie e fiori secchi,…

Un piccolo aiuto potrebbe essere dare a tutti un quadernino e una scatola o un sacchetto con l’invito a riempirli di appunti, disegni, oggetti e riportarli a scuola per condividerli e comporli insieme. Vi lascio sbirciare tra i miei, raccolti e stilati durante un breve soggiorno in montagna. È importante che passi l’idea che non ci sono errori e non ci sono limiti. Le cose ci parlano, tutte intorno, l’unica bestiaccia da rifuggire è la pigrizia in favore della curiosità (e, se ci troviamo in un posto nuovo, è facile che quest’ultima vinca). Più oggetti e appunti raccoglieremo, più cose avremo da mostrare ai compagni per dar loro l’impressione di aver viaggiato un po’ con noi. E una volta rientrati? L’esito può essere la composizione di uno scrapbook personale o collettivo (creando vari collage su un formato condiviso, da rilegare o inanellare in un grande raccoglitore). Bisognerà scrivere il nome dei posti visitati e un bell’elenco di parole da distribuire accanto ai reperti conservati.

credits: Marianna Balducci

Il disegno ci viene in aiuto, per trasformare quanto raccolto in una galleria di storie che magari potremmo trascrivere o inventare tutti insieme nel corso dell’anno, utilizzando le nostre esplorazioni come spunto per comporre poesie, confezionare altre attività, condurre più approfondite ricerche. Ci sarà spazio per il disegno più didascalico con cui descrivere un paesaggio, ma anche per qualche sfida a trasformare gli oggetti raccolti in oggetti parlanti e renderli portavoce di una sensazione provata durante il soggiorno o maturata in seguito dopo averne parlato tutti insieme.

Dal macro al micro, dal generale al particolare

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Per allenare lo sguardo e “fare amicizia col territorio” in questo articolo Marianna Balducci ci invita a “condurre una linea a fare una passeggiata”

Paul Klee diceva che “Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata” e anche la mia matita ogni tanto ama prendersi il tempo giusto, moderare i passi e il fiato, guardarsi attorno. Mi capita di definire spesso il disegno come il mio modo preferito di misurare e conoscere il mondo e, se siamo partiti addentrandoci nelle fessure e nelle crepe dei muri, adesso è il momento di aprire lo sguardo e concederci un più ampio respiro.

Quando ho lavorato a questo progetto foto-illustrato avevo un committente specifico: una voce istituzionale (parte di un più ampio progetto europeo) di un territorio dalla forte tradizione agricola, impegnato nella riscoperta della sua storia e proiettato verso scenari futuri sostenibili e socialmente virtuosi. Per quanto i contenuti di quello che sarebbe diventato un video fossero già scritti, c’era da scegliere chi sarebbero stati i “testimonial” che li avrebbero accompagnati. Volevo che fosse la terra, la natura a parlare, la vera protagonista, quella che sente su di sé il sollievo delle piogge, che accoglie con fiducia i vitigni e gli alberi da frutto, che si pettina con l’aratro per le grandi occasioni di semina.

Ma per interpretare la sua voce, dovevamo conoscerci un po’ meglio perciò (assieme a Diego Zicchetti, responsabile delle riprese e del montaggio video di questo progetto) è partita l’esplorazione, la “passeggiata” della linea, con l’intenzione di campionare i frammenti di quel paesaggio da raccontare. Hanno iniziato a fare capolino strani fantasmi delle colline, donne dai capelli frondosi, squadre di arance succose,… personaggi nascosti tra le pieghe del paesaggio che, come spiriti protettivi, mostravano il loro amore per la terra che li aveva ospitati.

Mi piace pensare che questa passeggiata della linea si possa fare anche a scuola, accompagnati dalle insegnanti proprio come quando si progetta una gita.

Si sceglie insieme, innanzitutto, la destinazione e in questo caso, per agevolare il nostro ampio respiro, è bello pensare a un luogo che ci permetta di misurarci con paesaggi naturali (il bosco, il parco, la campagna, ma anche il mare se ci sono zone un po’ incontaminate con gli scogli per esempio). Si traccia poi l’itinerario (magari si disegna una mappa che tutti terranno come riferimento). Basteranno anche solo 3 punti di interesse su cui concentrare l’attenzione. Nei 3 esempi estrapolati dal mio progetto ci sono un campo ampio (un panorama), un campo medio che si concentra su un solo elemento (l’albero), un campo ristretto su un dettaglio (le arance). Ragionare su quali tipi di sguardo ci permette di adottare il luogo che visiteremo è già un buon esercizio (dal macro al micro, dal generale al particolare).

Macchina fotografica alla mano, si va quindi a caccia di scatti cercando di rispettare la consegna data e concentrarci proprio su quei 3 sguardi. Confrontarsi su come organizzare l’esplorazione è importante per non disperdere le energie in un ambiente che sicuramente ci darà tantissimi stimoli. Per rendere la sfida più interessante e costringere i nostri piccoli fotografi a una selezione più ragionata, si possono stabilire dei vincoli: solo 9 foto a testa (3 scatti per ogni tipologia di sguardo).

Una volta rientrati a scuola, sarà bello confrontare le foto di tutti, stamparle e iniziare a pensare a dove collocare gli spiriti del paesaggio che la fantasia sarà in grado di risvegliare

Anche in questo caso, il disegno sulle foto si può realizzare con pennarelli acrilici oppure con la tecnica del collage. Un altro modo divertente di intervenire può essere disegnare sulla carta da lucido che renderà i fantasmi ancora più nebbiosi e misteriosi.

In un momento storico che ci implora di essere sensibili verso la natura circostante, sempre più consumata, ignorata, male interpretata, magari non possiamo imbarcarci in grandi imprese ma iniziare da cose semplici come sviluppare la consapevolezza di quel che abbiamo vicino per proteggerlo e averne cura. Non discorsi astratti ancora troppo grandi per essere davvero afferrati, ma piccole esplorazioni quotidiane alla nostra portata, che ci facciano spezzare il fiato (come si dice per le camminate in montagna) prima di raggiungere vette più ambiziose. Quanta natura abbiamo intorno a noi? Come è fatta? Chi la abita? Che storie custodisce?

Ogni spirito disegnato porterà un suo messaggio o magari un piccolo racconto nato dall’approfondimento fatto in classe o dalle testimonianze di chi la natura la conosce meglio di noi.

Quanto addentrarci, con lo sguardo e col pensiero, è una scelta che si può calibrare in base al tempo, alle risorse disponibili, agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il risultato saranno tante cartoline o magari un album collettivo che ci avrà aiutato a fare amicizia con l’ambiente che ci sta attorno, portando gli occhi e la matita a passeggio in un posto che ci sta a cuore, come si fa con i più cari amici.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

Educare gli studenti a vedere: a caccia di volti nei muri!

in Attività in classe di
volti cover mangiacavi - occhiovolante
I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri. Marianna Balducci, illustratrice, ci aiuta a riconoscerle

I disegni sono dispositivi parlanti: a volte descrivono, a volte raccontano, altre volte svelano. In tutti questi casi, non si può prescindere da un po’ di allenamento della mano, certo, ma prima ancora dello sguardo perché il disegno ci chiede innanzitutto di scegliere. Solo alcuni di quei segni che l’occhio registra saranno l’alfabeto del nostro discorso e avere chiaro in testa quel che vogliamo dire sarà ancora più importante del saper disegnare “tanto” o convenzionalmente “bene”. Mescolare fotografia e disegno mi piace da sempre proprio perché mi costringe a esercitare questa misura: il risultato finale è più riuscito quando il segno è entrato in sintonia con l’ambiente già immortalato, non si è lasciato viziare dal virtuosismo bensì si è inserito solo nello spazio necessario a scatenare in chi guarda un moto di meraviglia. Si lavora perciò più in togliere che in aggiungere, come gli investigatori si va a caccia di indizi da rivelare, ogni volta con una nuova piccola “missione”.

Quando ho lavorato al progetto “Lettimi illustrato” la mia era quella di rivelare uno spazio dimenticato: il giardino cinquecentesco di Palazzo Lettimi di Rimini, abbandonato per lungo tempo e riaperto in occasione del festival di musica e teatro “Le città visibili” che mi ha coinvolta in questa operazione di sensibilizzazione disegnata.

Mi sono avventurata tra le crepe e i rampicanti, tra i cavi aggrovigliati degli allacci di corrente e le grate foderate di muschio. Mi sono appellata alla Signora Pareidolia, quella burlona responsabile del fenomeno per cui il nostro cervello tende a individuare, in un accrocchio di forme e segni casuali, delle forme conosciute (spesso dei volti) e ho trovato quelle che sarebbero diventate le nuove voci del giardino Lettimi.

marianna balducci succhiacavi lettimi illustrato

Non tutte si sono lasciate guardare subito. La missione di esplorazione fotografica di uno spazio deve darsi certamente delle regole (e io ero a caccia di volti, di personaggi), ma la fantasia ci chiede anche un po’ di respiro, un po’ di spazi vuoti in cui insinuarsi. In questa prima fase perciò ho fotografato tanto, anche dettagli che non subito avevano chiaro il loro destino. Per chi non è abituato a usare la macchina fotografica (o il cellulare), una prima fase di osservazione può essere fatta con l’ausilio di un piccolo passepartout bianco (una cornice di cartoncino) che ci costringa a isolare delle porzioni di spazio per poterle guardare e poi eventualmente catturare con il vero obiettivo.

Tornata a casa con un consistente bottino di crepe, cortecce, pareti, buchi, è iniziata la selezione. In questo caso non ho capovolto o girato gli scatti per osservarli da un’altra prospettiva e ho lasciato che ciascuna immagine restasse col medesimo orientamento con cui l’occhio l’aveva catturata. Questo accorgimento è stato utile quando, al termine del progetto, le tavole sono state esposte nel giardino durante il festival, invitando i visitatori a ritrovare sul posto, come in una caccia al tesoro, i dettagli su cui avevo lavorato. I disegni sono stati realizzati in digitale, ma spesso mi è capitato di lavorare su supporti fotografici stampati disegnandoci sopra con rapidograph, pennarelli acrilici, matite bianche o gessetti.

Mano a mano che i volti venivano svelati, anche il temperamento di ciascun personaggio si delineava sempre più chiaramente: c’è chi gli ha dato un nome, chi ha immaginato un tono di voce,… con pochi segni, quel luogo zittito ha iniziato a diventare tutto fuorché silenzioso agli occhi dei suoi visitatori!

Quanti luoghi silenziosi ci sono nella nostra città, nello spazio che abitiamo o frequentiamo quotidianamente? Magari non tutti nascondono personaggi che lamentano necessariamente mancanze di attenzione come nel mio giardino abbandonato, ma di sicuro custodiscono storie o aspettano che qualcuno ne inventi per loro. Altri forse invece gridano perché sono feriti, perché portano i segni di una storia pesante.

I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

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